Messe semplici e povere. L’intervento di Carlo Carlevaris

 

Spett.le Settimana,

leggo con soddisfazione gli interventi di qualche vescovo e di lettori, preti e non, su "dialogo aperto ". Vorrei dire una semplice parola sulle messe teletrasmesse.

Non entro nel merito di quanto già scritto, che in parte condivido. Da tempo mi rammarico con amici del fatto che l'immagine di chiesa che viene evidenziata da quelle messe sia sempre di riti celebrati da "notabili", in chiese sfarzose, con fedeli di "un certo livello", con prediche elaborate dall'eccellenza che presiede, con canti a più voci, luci e musiche.

Vorrei tanto vedere in tv la celebrazione in una chiesa povera (non indecorosa!), con gente comune, magari con pochi fedeli, come succede in realtà molto spesso, con un prete "normale", non blasonato, che dice cose belle e vere nel linguaggio comune della povera gente.

Queste liturgie ci sono, e sono la gran parte di quelle che si celebrano in paesi e città, con gente semplice e preti "del quotidiano" che non sono sciatti, ma neppure troppo "saputi" o sapienti.

Personalmente credo che presentare la chiesa com'è, e soprattutto come dev'essere, farebbe meno spettacolo ma lascerebbe passare un messaggio, anche visivo, di comunità cristiane e di preti che faticano e di gente che crede ancora e mette il vestito da festa, ma non ostenta altro che la propria semplicità e fede.

Quella chiesa che al pubblico televisivo è nota più per le folle in Piazza San Pietro offre una immagine di sé che non è quella vera.

In modo irriverente, mi viene da domandarmi se "meno papa" e più testimonianze di pietà semplice e di fede genuina delle nostre messe domenicali in paesi di piccole, raccolte e generose comunità, non sia più autentico e consolante per chi fatica a vivere e a credere, e magari si sente non troppo "fedele" ma bisognoso di Dio e di quel Gesù Cristo che ha imparato a conoscere nella bottega di Nazareth e per le strade della Palestina, senza scorta e senza parate.

Non accusatemi di pauperismo. Ma credo proprio che gli osanna a un papa, che se li merita tutti, possano essere nel cuore di chi lo stima, ma non credo che il "culmine" della liturgia sia la sua persona e lo sfarzo che lo attornia anche nelle celebrazioni.

Chi di noi celebra nei sobborghi o in carcere coglie ancora questo bisogno di segni semplici, di immagini vere non sofisticate, e sente questo rispetto e amore per la preghiera povera e semplice che tutti capiscono e fanno propria.

don Carlo Carlevaris (TO)

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( da “Settimana” n.33 del 21-9-03 )