Analisi shock della
Chiesa italiana
1. Effetto-placebo dei sacramenti
Va innanzi tutto riconosciuto che le attività svolte dalle migliaia di
Parrocchie e Diocesi sono molto variegate e che esse sono valutate in modo
positivo dalla maggioranza dei sacerdoti. Si va dalla prevenzione mediante
l'azione pastorale per coppie in crisi (54%), alla raccolta di denaro e beni da
distribuire ai poveri (66%) e all'aiuto stabile ai poveri e famiglie in
difficoltà (51%). Essi devono, inoltre, rispondere a varie richieste
impegnative: di aiuto materiale e in situazione di disagio (62%); di momenti di
socializzazione e di amicizia (53%); di formazione religiosa (52%). Consistenti
sono anche gli impegni conseguenti al maggior coinvolgimento dei laici nella
gestione dell'attività (70%) e all'accresciuta esigenza di approfondire la
parola di Dio (73%).
La cosa veramente nuova che sembra emergere dalla suddetta ricerca è che mentre
nella Chiesa italiana (ma solo italiana?) sono in crescita proprio quelle
attività che non necessitano di per sé l'ordinazione sacerdotale, come quelle
sopra menzionate, sono drammaticamente in calo quelle che, al contrario, la
necessitano.
Infatti è proprio la dimensione cultuale-evangelizzatrice-morale del prete,
quella per cui è stato "consacrato", ad essere in crisi, come
confermano in modo inequivocabile gli stessi intervistati: "il 73 %
rileva che i riti liturgici hanno perso la capacità comunicativa; il 58%
incontra la difficoltà di dire una parola che interpelli le coscienze; il 58%
osserva che non sono chiari i criteri di accesso ai sacramenti; il 57% si
sofferma sulla difficoltà di proporre il Vangelo in una società multiculturale;
il 69% denuncia la lontananza della gente dalla morale sessuale e familiare
della Chiesa".
I redattori della ricerca scrivono, tra l'altro: i sacerdoti i-taliani "registrano
un graduale depotenziamento del linguaggio religioso… la parola di vita sembra
scarsamente in grado di interpellare le coscienze…i sacramenti perdono la loro
significatività e rischiano di tradursi in riti svuotati del loro valore
originario".
Lo stesso clero interpellato, mentre crede che la parrocchia sia una realtà
impegnata più "nell'annuncio della parola e nella celebrazione dei
sacramenti" (al 61%), percepisce che i fedeli vedono la parrocchia
come un luogo di "educazione e trasmissione dei valori" (al
47%), se non come "luogo cui si accede solo nelle tappe fondamentali
della vita" (al 40%). La parrocchia è vissuta come "una comunità
di comunità" solo dal 13,5%.
Il dramma, dunque, che attraversa il clero si attesta proprio sui due fronti
sui quali è stato professionalmente preparato e canonicamente
"consacrato": quello dell'evangelizzazione e quello dei
sacramenti.
L'annuncio del Vangelo è un'esigenza molto sentita, ma senza risposte. Il clero
non è in grado di trovare il linguaggio adeguato per annunciare il Vangelo
oggi (43%) o di annunciare una Parola di Dio che interpelli (58%). I
due terzi (66%) si limitano ad attendere che i "lontani" si
affaccino in parrocchia, al massimo coinvolgendoli nella formazione
religiosa dei figli (41%), ben sapendo che anche i figli, terminata la
catechesi, in maggioranza abbandoneranno la pratica religiosa. Sembra che i
sacerdoti, scrivono i ricercatori, "abbiano abbandonato (se mai
l'avevano assunta in precedenza) la logica della missione, per rifugiarsi nella
più confortevole continuazione di una pastorale di cristianità che avevano
ereditato".
Molto acuto è il problema dei sacramenti: diminuisce la pratica della
confessione secondo il 47% e la frequenza alla messa domenicale per il 44%.
Tutto ciò è niente di fronte al conflitto morale, pastorale e teologico che si
apre ai preti oggi. La maggioranza assoluta degli intervistati (76%) è
convinta che "non" si debbano dare i sacramenti a tutti,
ma solo a chi abbia compiuto un adeguato cammino di preparazione. Questa stessa
maggioranza (86%) afferma, però, di non aver mai, o quasi mai, negato il
sacramento ai richiedenti, anche se convinta (83%) che gran parte degli stessi
continuerà raramente il cammino di fede.
L'impressione che si ricava dall'insieme delle risposte è che il clero italiano
usi consapevolmente la liturgia, i sacramenti e il culto come un placebo,
intendendo per placebo una sostanza "inerte" (acqua o similari), che
viene somministrata a chi soffre (malato) per un disturbo fisico-psichico, da
chi ha un ruolo professionale (medico-sperimentatore), il quale ha il potere di
fargli credere che sta assumendo una sostanza dotata di virtù terapeutiche. Va
detto che ogni sostanza placebo è in grado di determinare un certo
beneficio terapeutico grazie a quella "per-suasione suggestiva"
indotta da chi ha un potere riconosciuto.
Lo stesso si potrebbe dire per i sacramenti: non è detto che essi siano privi
di efficacia, ma certamente non possono essere segni della potenza liberante e
salvifica di Dio dato che vengono somministrati sulla base di una suggestione
magico-teologica indotta da un accreditato rappresentante del sacro, complice
un credente che non intende sottoporsi ad un faticoso e realistico processo
"terapeutico".
Non sorprende che i ricercatori scrivano: "Gli intervistati ci fanno
capire, mostrando da questo punto di vista un sicuro attaccamento ai propri
fedeli, che qualora fossero chiamati a compiere una scelta netta fra una Chiesa
fortemente testimoniale e ben curata ma minoritaria e una Chiesa più dimessa e
meno lucida nel proporre il messaggio evangelico, ma più accogliente e meno
esigente, la maggior parte di loro opterebbe per la seconda".
Stretto nella morsa del dilemma, il clero non sceglie chiaramente: la
maggioranza è consapevole che il cattolicesimo è destinato ad essere una realtà
di "minoranza". Ma non intende rinunciare ai vantaggi di una Chiesa
anagrafico-popolare-pseudosacramentale-rituale, anche se così facendo si chiude
nel circolo vizioso di una prassi pastorale "placebo", che è
contraria alla propria tensione ideale.
2. Senilizzazione ecclesiale
Quando al campione del clero italiano viene chiesto quali sono i problemi
ecclesiali più rilevanti, tali da condizionare la missione della Chiesa nella
società italiana, la maggioranza (53%) pone al primo posto "la
crisi delle vocazioni sacerdotali". In effetti, su 37.000 sacerdoti
solo il 7% ha meno di 34 anni; circa la metà è in età pensionabile (il 43%
ha più di 65 anni).
Se si soppesa l'altro dato che vede le chiese italiane brulicanti di
"teste grigie", allora si deve concludere che il cattolicesimo
italiano, per la prima volta nella sua storia, si trova di fronte ad un
processo convergente di "senilizzazione non solo clericale, ma ecclesiale".
L'invecchiamento, infatti, non colpisce solo i leader religiosi, ovverosia i
"quadri clericali a tempo pieno", ma l'intero corpo ecclesiale,
dato che i fedeli praticanti restano, in maggioranza, gli anziani.
3. Il Dio relativo
Questi dati sono confermati dalla ricerca dell'Eurisko (pubblicata da
"Repubblica" il 22-6-03), secondo cui cresce la percentuale di
italiani che considerano "importante" la religione (si passa
dal 31% del '94 al 38% del '03), ma senza che ciò si traduca in una più coerente
prassi religiosa: la frequenza settimanale alla messa diminuisce
implacabilmente dal 1985 (35%) ad oggi (29%).
Ma quello che impressiona è l'abbandono massiccio dei giovani compresi tra i
18 e i 24 anni: solo il 15,7% frequenta la messa domenicale, a fronte di un
50% di anziani.
I preti italiani percepiscono chiaramente che i giovani non entrano nei
seminari, ma nemmeno nelle chiese. Se per un verso i sacerdoti dedicano molte
energie alla loro educazione-formazione (40%), con punte del 64 % da parte dei
viceparroci, dall'altro riconoscono di "notare una diminuzione marcata
della presenza giovanile in parrocchia".
4. Il volto giovane della ricerca di Dio
Pur ignorando nel dettaglio le conclusioni del Rapporto IARD sulla
condizione giovanile (Il Mulino, 2002), i preti ne condividerebbero le
conclusioni, secondo le quali i giovani, pur considerandosi cattolici all'81%,
si dichiarano disponibili ad un impegno religioso solo nella percentuale minima
del 10%.
In un'altra ricerca promossa dal card. Camillo Ruini per sondare la religiosità
dei giovani della diocesi di Roma, Il volto giovane della ricerca di Dio
(ed. Piemme), il curatore Mario Pollo, dopo aver raccolto e trascritto le
interviste di adolescenti e giovani romani, la metà di essi "appartenenti"
ad associazioni ecclesiali e l'altra metà di "non appartenenti",
rileva che tra gli adolescenti non-appartenenti (che a Roma
rappresentano più del 90% della popolazione giovanile) prevalgono immagini
negative della Chiesa, dei sacerdoti e delle religiose, sebbene abbiano
frequentato il catechismo e frequentato la Messa domenicale. "Al
vissuto, emotivamente positivo, dell'esperienza del catechismo non corrisponde
un apprendimento altrettanto positivo… la maggioranza dei non-appartenenti
dichiara di non ricordare praticamente nulla di ciò che allora aveva studiato…
non ha vissuto, in passato, le celebrazioni liturgiche come un evento
significativo.
Due amare considerazioni da parte dell'Autore illuminano l'inadeguatezza della
pastorale giovanile:
- la prima è che per "la grande maggioranza, purtroppo anche degli
appartenenti, la dimensione religiosa della vita rimane rinchiusa nell'alveo di
una esperienza intima, personale e non si riflette sulla loro vita sociale e
relazionale… La prospettiva del regno sembra essersi dissolta all'interno di
una religiosità disincarnata dalla vita… la dimensione religiosa per la
maggioranza degli adolescenti intervistati (60%) è poco o per niente importante
nella loro vita";
- la seconda è che, sebbene quasi la totalità dei giovani non
appartenenti abbia vissuto le tradizionali esperienze del catechismo, della
preparazione alla prima comunione e dell'ora di religione a scuola, ciò "rende
più complessa la comprensione del perché la loro fede religiosa attuale sia
così discosta da quella della tradizione cristiana, visto che, oltretutto, la
maggioranza di questi giovani ha un ricordo positivo del catechismo".
5. Relazioni endogamiche
Il cuore dei preti italiani non pulsa in direzione dei "lontani", dei
giovani, o delle persone istruite. Le figure o i gruppi cui si sentono più
vicini sono, a pari titolo (86%): 1) il papa e 2) i fedeli
impegnati in parrocchia. Questo dato va inquadrato nella preferenza
assoluta che i sacerdoti mostrano per il "recinto" clericale, pur con
alcune contraddizioni.
- I due terzi leggono le lettere pastorali del vescovo (74%) e gli
interventi del papa (52%).
- Solo il 17% si ritiene disponibile per una formazione permanente.
- Solo un prete su quattro (15-25%) fa di fatto riferimento con una certa
continuità a fonti di informazione e di aggiornamento su temi religiosi diversi
da un lato dai documenti della Chiesa ufficiale e dall'altro dal
dibattito su questi argomenti veicolato dai mass media nazionali.
- Una quota rilevante (compresa tra il 40 e il 55%) dichiara di aver
letto "poco o per nulla" libri e articoli di cultura sociale, testi
prodotti da centri/luoghi di spiritualità, periodici di informazione religiosa,
la stampa di associazioni e di movimenti cattolici.
- I programmi pastorali prevedono una priorità molto bassa per la
scuola e il lavoro (4%), per l'impegno socio-politico (1%), per l'educazione
alla legalità (1%).
- Sorprende che la metà "nel corso dell'ultimo anno non ha mai preso
parte a corsi di approfondimento e di aggiornamento su temi che rientrano
nel loro specifico ambito di competenza".
Non ci pare di essere distanti dal reale ipotizzando che la cultura di cui si
nutre il clero sia "endogamica", tutta interna al sistema. Per
endogamia intendiamo un costume sociale che può diventare legale, per cui i
membri di un clan, di una casta o di una classe sociale non possono sposarsi
con un "diverso". L'esplicita disapprovazione ad effettuare stabili
accoppiamenti con soggetti estranei al sistema ha come fine quello di
preservare la purezza e l'identità del gruppo. L'accoppiamento esogamico
subisce un interdetto poiché si ritiene che ogni forma di generatività con
l'estraneo sia da rigettare, in quanto impuro e contaminante.
Nel caso dei preti italiani l'estraniarsi da gruppi e persone non appartenenti
alla "casta sacerdotale" è tale per cui nemmeno la stampa dei
movimenti cattolici è ben accolta dalla maggioranza di loro, proprio perché non
dipende dall'establishment ecclesiastico, mentre sono graditi i documenti
papali, le lettere pastorali del vescovo e le riunioni del clero diocesano.
L'interdetto endogamico, però, esige un prezzo elevatissimo: garantisce una
ortodossia apparentemente perfetta, ma impoverisce l'apparato genetico della
"casta sacerdotale", al punto da menomarne le funzioni comunicative e
relazionali, non solo con l'esterno, ma anche all'interno.
Tre dati: - nelle relazioni con i superiori, quello che più lamentano
gli interpellati, in una percentuale drammatica (78%), è l'incapacità del
vescovo locale di ascoltare e dialogare con i preti, con l'aggravante
che solo il 17% si attende di essere aiutato da lui nel programma pastorale; - le
relazioni tra parroci della stessa zona sono problematiche (secondo il
61%), a causa di una diffusa mentalità individualistica; - le
comunicazioni con l'intero gregge dei fedeli è scadente: l'87% dei preti
riconosce che "bisogna trovare nuove formule per coinvolgere la
gente", e il 58% ammette "l'assenza di adulti dagli ambienti
ecclesiali".
La struttura endogamica della casta sacerdotale sarebbe, di fatto, responsabile
dello sbilanciamento pastorale della Chiesa cattolica, il cui tasso di pratica
religiosa si restringe man mano che si passa dai bassi livelli d'istruzione (va
a messa il 43%) a quelli più elevati (dove la percentuale si dimezza: 20%).
In sintesi, due punti: l'adesione alla fede cattolica sarebbe limitata a quelle
persone (anziane, di bassa istruzione e donne) che richiedono un contatto poco
coinvolgente e impegnativo; con gli "estranei" (maschi, istruiti e
giovani) il rapporto stabile potrebbe comportare una messa in discussione delle
fondamenta stesse della struttura endogamica (o castale) del sacerdozio
attuale.
Fine della cristianità, inizio del cristianesimo?
Visto simultaneamente dall'interno, con la ricerca di Garelli, e dall'esterno
con quelle di Eurispes, IARD e diocesi di Roma, il Tempio cattolico sembra
alquanto decrepito. Innanzitutto per un processo di accelerata senilizzazione
che investe sia i produttori del sacro che i suoi consumatori. I seminari sono
semivuoti e le chiese sono sempre più deserte. Gli adolescenti spariscono dopo
i regali della "prima" comunione e della cresima.
L'evangelizzazione, compito primario dell'ordine sacerdotale, rimane una pia
aspirazione, in mancanza di un linguaggio adatto alla società attuale. La
catechesi risulta disancorata da esperienze di fede. I riti perdono di
significatività. Alcuni sacramenti sembrano eclissarsi (penitenza) e quasi
tutti vengono dati con ambigui criteri pastorali, nel timore di perdere il
grosso del gregge.
Il clima prevalente delle relazioni tra preti è segnato dall'individualismo;
quelle con il vescovo dalla sordità di quest'ultimo; quelle con i tre quarti
dei fedeli (i "lontani") da una rispettosa indifferenza.
Se a tutto ciò si aggiunge che le parrocchie, vere centrali operative della
Chiesa locale, mostrano - salvo ben rare eccezioni - un totale disinteresse per
l'impegno per la legalità e la formazione dei cattolici in ambito
socio-politico, si è indotti a ipotizzare che la Chiesa, almeno italiana, non
abbia gli strumenti culturali e spirituali per essere "lievito" e
"sale", in una parola costruttore attivo del Regno. Il suo destino
sarebbe dunque quello di essere collocata nell'angolo dei ricordi infantili,
come suggerisce la ricerca sui giovani romani?
Se l'ipotesi che sia giunta a conclusione la "cristianità" sembra
acquisita dalla maggioranza dei preti italiani, è pur vero che nelle loro
valutazioni si fa strada un orizzonte con inedite e incommensurabili
prospettive.
La considerazione più positiva che la Chiesa cattolica italiana sembra
guadagnarsi, secondo i ricercatori, non proviene dal suo zelo
cultuale-missionario-evangelizzatore, ma dal suo "impegno pubblico e
sociale, che si esprime nelle battaglie per la legalità e la giustizia sociale
che vedono protagonisti vari leader religiosi, nelle molte opere della
religione che cercano di far fronte sia alle vecchie sia alle nuove forme di
povertà, nell'azione costruttiva del mondo del volontariato, nei gruppi che
assicurano sul territorio una proposta educativa".
Che tutto ciò porti ad una mutazione dell'identità sacerdotale è quasi
fisiologico: al punto che alla domanda di "come si percepisce
nell'attuale società", la maggioranza dei sacerdoti (52%) risponde
come potrebbe rispondere un laico cattolico, cioè di essere "una
persona che trasmette i valori in cui crede con la vita"; solo il 19%
si "sente come un uomo del sacro in una società inquieta".
La novità più rilevante che sembra emergere dagli intervistati, è relativa alla
Chiesa quale dovrebbe essere. Questa ha certamente poco in comune con quella
attuale e, invece, sembra più quella delineata dalla Teologia della
Liberazione. Infatti, quando deve delineare la chiesa "ideale",
l'assoluta maggioranza del clero si inclina per due proposte sconvolgenti per
lo status quo: deve "annunciare il vangelo nella sua
radicalità" (75%) e ritiene che "la migliore forma di
annuncio è farsi carico degli ultimi (86%).
Alla luce di questa Chiesa "ideale", la quasi totalità del clero
italiano ha ragione di temere il crollo della vecchia struttura ecclesiastica,
fondata sulla sacralità del sacerdozio e non su quella dei poveri, che sono la
vera imago Dei. La stragrande maggioranza dei preti italiani - secondo
le statistiche analizzate - sembra aver chiaro che le cose che contano per Dio
non sono quelle formalizzate nei catechismi, nei dogmi, o nella liturgia.
Anni di pesanti indottrinamenti nei recinti dei seminari e di eteree liturgie
non sono riusciti a cancellare dalla loro coscienza la scena del Giudizio
finale della Storia, così come lo ha configurato Gesù, secondo cui i "benedetti
del Padre" saranno solo quelli che lo avranno riconosciuto nella cura
amorosa, gratuita e spontanea dei fratelli e sorelle senza pane, né acqua, né
casa, né vestiti, né libertà. "Maledetti" saranno quanti hanno
smaniato per accumulare denaro e potere, incapaci di andare incontro agli
altri, e di lasciarsi toccare dalla vita.
In fondo i preti italiani hanno compreso che non serve a niente fare
battaglie per avere scuole "cattoliche", miliardi di contributi
statali per il loro sostentamento, insegnanti di religione pagati dallo Stato,
se i cristiani non decidono di vivere secondo i sentimenti del Padre:"Religione
pura e senza macchia davanti a Dio è questa: soccorrere gli orfani e le vedove
nella loro afflizione e conservarsi puri da questo mondo" (Gc
1,27).
Luigi De
Paoli