SOTTO ESAME LA "NOTIFICAZIONE" DI RATZINGER SUL TEOLOGO PADRE DUPUIS

BRASILIA-ADISTA, n. 30 del 16 aprile 2001 Se la Congregazione per la Dottrina della Fede ha messo sotto esame il libro del teologo gesuita Jacques Dupuis "Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso" e infine emesso una "Notificazione" (v. Adista n. 19/01) per allertare sulle "ambiguità e difficoltà" riscontrate in esso, ora è la "Notificazione" ad essere messa sotto esame da parte dei teologi. Sono per lo più teologi impegnati in contesti plurireligiosi o profondi conoscitori ed estimatori della ricerca del gesuita, e analizzano il documento della Cdf nelle sue singole affermazioni. Si tratta di Samuel Rayan, dello Sri Lanka, anch'egli gesuita e impegnato nell'Associazione Ecumenica dei Teologi del Terzo Mondo (Eatwot), che ha pubblicato il suo commento sulla Ucan (Union Catholic Asian News); del più noto Tissa Balasuriya, cingalese, già oggetto di scomunica - poi ritirata - dopo una lunga controversia con la Congregazione del card. Ratzinger, e che ha pubblicato la sua analisi sul numero di aprile del mensile dei missionari comboniani "Nigrizia"; del brasiliano Faustino Teixeira, teologo e docente universitario, già allievo di Dupuis nel postdottorato in teologia all'Università Gregoriana, che nel suo intervento intende dimostrare il "fraintendimento" di cui il suo antico professore è rimasto vittima.
In Italia è il Segretariato Attività Ecumeniche ad intervenire, e se lo fa solo ora è perché ha sottoposto ad "attento esame" la Notificazione della Cdf. Il Sae esprime solidarietà a p. Dupuis, insieme alla speranza che "tutto questo non valga a ridurre il coraggio e la profondità con cui egli affronta il rapporto tra il cristianesimo e le altre fedi dell'umanità". Di seguito, pubblichiamo le quattro riflessioni.

"LO SAPEVAMO GIÀ CHE L'OPERA DI P. DUPUIS È MERITORIA"
La solidarietà del Segretariato Attività Ecumeniche

Il 26 febbraio scorso è stata pubblicata una notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede a proposito del libro "Per una teologia del pluralismo religioso" di p. Jacques Dupuis, accettata e firmata dall'autore. Essa sarà pubblicata in calce a tutte le future ristampe, riedizioni e traduzioni del libro. Con questo testo si conclude il processo d'esame cui il volume era stato sottoposto, senza che sia stato individuato in esso alcun errore. Ciò che la Notificazione segnala sono solo alcune "ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di notevole rilievo", cui il lettore potrebbe pervenire, ma "indipendentemente dalle intenzioni dell'autore". La stessa notificazione dovrà, dunque, essere intesa come chiarificazione del testo di Dupuis, e al più come un richiamo all'attenzione del lettore su alcuni punti particolarmente delicati. Eventuali incertezze nelle formulazioni di Dupuis non sono, evidentemente, risultate tali da toccare la sostanza del depositum fidei.
Chi conosca il p. Dupuis, il suo rigore, la serietà della sua elaborazione non può certo stupirsi di questa conclusione, che riconosce pienamente la sua costante volontà di "rimanere nei limiti dell'ortodossia, impegnandosi nella trattazione di problematiche finora inesplorate". Nelle sessioni del SAE abbiamo potuto apprezzare in più di un'occasione l'ampiezza della sua ricerca - sempre puntuale, analitica e scevra da facili estrapolazioni, ma anche animata da coraggio e da afflato profetico. Il suo lavoro ha sempre unito l'ampiezza di orizzonti del pioniere con l'attenzione più rigorosa per la tradizione cristiana. Ciò che suscita piuttosto stupore, è il fatto che per giungere a questa conclusione sia stato necessario un faticoso processo pluriennale, che gli ha tra l'altro reso impossibile tenere il suo ultimo anno di docenza presso la Pontificia Università Gregoriana. Lo stesso obbligo di pubblicazione della Notificazione in calce al volume appare eccessivo rispetto al riconoscimento - contenuto nella Notificazione stessa - della volontà dell'autore di rimanere nell'ambito dell'insegnamento cattolico.
In questo momento, desideriamo, in primo luogo, esprimere tutta la nostra solidarietà a p. Dupuis, per la situazione difficile da lui vissuta in questi ultimi mesi. Il disagio sperimentato è solo in parte attenuato da una conclusione che ridimensiona drasticamente i dubbi che erano stati sollevati sulla sua ricerca. Desideriamo, soprattutto, esprimere la nostra speranza che tutto questo non valga a ridurre il coraggio e la profondità con cui egli affronta il rapporto tra il cristianesimo e le altre fedi dell'umanità. Crediamo che oggi come mai la Chiesa cattolica - come le altre Chiese cristiane - abbia bisogno di figure che, come lui, siano capaci di aprire prospettive nuove in un campo di ricerca così difficile ed ancora inesplorato.
Abbiamo bisogno di una riflessione teologica che ci aiuti a comprendere e vivere il Vangelo in un contesto spirituale caratterizzato da aspetti completamente nuovi rispetto al passato. In quest'orizzonte, la giusta preoccupazione per la verità già formulata non può andare a discapito della ricerca di una comprensione piena di quella verità cui lo Spirito guida. Per quanto riguarda, in particolare, l'esperienza del dialogo e dell'incontro interreligioso, il SAE sa bene che essa non indebolisce, ma piuttosto stimola ad approfondire l'identità di chi vi partecipa. Per i cristiani delle diverse Chiese, in particolare, ciò significherà un'istanza di approfondimento della loro identità - nella sua fondazione cristologica, ma anche della sua espressione in forme non esclusive. Ciò richiederà anche una coscienza forte della verità donataci, ma senza dimenticare che il mistero di Dio trascende le nostre formulazioni: solo nell'eschaton egli si farà conoscere in pienezza, come "tutto in tutti" - secondo l'affermazione paolina.

FORZATURE E FRAINTENDIMENTI SONO ALLA BASE DELLA "NATIFICAZIONE"
di Faustino Teixeira

In occasione della presentazione alla stampa della Dichiarazione Dominus Iesus, il cardinale Joseph Ratzinger richiamava l'attenzione su quello che egli ha denominato "relativismo", presente non solo negli ambienti teologici, ma anche in ampi settori dell'opinione pubblica. Secondo Ratzinger, la Dichiarazione aveva pieno senso soprattutto in ragione dell'affermazione crescente di una "teologia del pluralismo religioso". Tra gli obiettivi proposti nel documento, c'era l'affermazione delle basi dottrinali vincolanti e "irrinunciabili" di orientamento della riflessione teologica e dell'azione pastorale e missionaria delle comunità cattoliche sparse per il mondo.
Tra le istanze che lavorano sull'ecumenismo e il dialogo interreligioso, la Dichiarazione Dominus Iesus ha avuto ripercussioni molto negative. Non si vedeva da molti anni un impatto tale per documenti prodotti dalla Chiesa cattolica romana. Le voci critiche, provenienti da diversi segmenti del campo religioso, non sono stati sufficienti per un discernimento più ponderato da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, che torna ancora una volta ad agire in maniera rigida contro la ricerca scientifica, attraverso la Notificazione sul libro del teologo gesuita Jacques Dupuis "Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso" (Queriniana, Brescia 1997).
Il professore Jacques Dupuis, nato in Belgio nel 1923, oggi è forse uno dei maggiori specialisti nel campo della riflessione cattolica sul tema della teologia delle religioni e del dialogo interreligioso. Dopo un lungo periodo in India (1948-1984), è passato ad insegnare alla Pontificia Università Gregoriana, nell'area della teologia sistematica, rispondendo anche della direzione della rivista "Gregorianum". L'indagine critica sulla sua ultima opera da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede ha avuto inizio nel giugno del 1998, quando l'autore è stato sollecitato a rispondere entro un lasso di tempo delimitato ad una serie di questioni controverse presenti nel suo libro. A partire da questo periodo, Jacques Dupuis ha smesso di insegnare all'Università, aspettando il risultato delle conversazioni iniziate. La Notificazione sul libro di Dupuis, pubblicata il 24 gennaio del 2001, ha costituito il risultato delle indagini realizzate dai consultori della Congregazione per la Dottrina della Fede sul libro in questione. Nonostante le risposte date da Jacques Dupuis, nel senso di fornire i chiarimenti necessari, e nonostante la sua esplicita volontà di rimanere fedele alla dottrina della Chiesa cattolica, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pensato bene di pubblicare la Notificazione, in ragione delle "notevoli ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di rilevante portata", che potrebbero "condurre i lettori ad opinioni erronee e pericolose". Obiettivo dichiarato, "il tentativo di salvaguardare la dottrina della fede cattolica da errori, ambiguità o interpretazioni pericolose" (preambolo).
Con la Notificazione firmata, il teologo Jacques Dupuis si vede convocato a seguire le tesi enunciate dal dicastero romano, impegnandosi a conformarsi ai contenuti dottrinali indicati, tanto nella sua attività teologica come nelle sue pubblicazioni, dovendo il testo della Notificazione essere inserito nelle riedizioni o traduzioni del libro menzionato.
Per chi conosce da vicino la riflessione di Jacques Dupuis, la lettura della Notificazione rivela, come minimo, un grande fraintendimento. La sottolineatura di passi del libro o l'interpretazione forzata di certi passaggi costituiscono un'ingiustizia nei confronti del complesso pensiero dell'autore. Molte delle questioni sollevate erano già state chiarite in modo sobrio e convincente dall'autore nelle sue reazioni alle recensioni dell'opera, nel brillante articolo "La teologia del pluralismo religioso rivisitata" (Rassegna di Teologia, 40 (5): 667-693, settembre/ottobre 1999). Il testo della sua difesa, ancora non pubblicato, deve aver seguito lo stesso cammino, con distinzioni ancora più raffinate.
A ciascuno dei punti presentati nella Notificazione, Jacques Dupuis già aveva fornito un chiarimento, ma non è stato sufficiente per i membri della Congregazione romana. Nel contesto dell'attuale congiuntura ecclesiastica, non c'è "credibilità disponibile" ad assimilare l'impatto del "salto qualitativo" proposto da Dupuis nel campo della nuova comprensione teologica sul piano divino di salvezza. Le ambiguità o difficoltà percepite dalla Cdf nel libro di Dupuis si riassumono in cinque punti: a proposito della mediazione salvifica unica e universale di Gesù Cristo; a proposito dell'unicità e pienezza della rivelazione di Gesù Cristo; a proposito dell'azione salvifica universale dello Spirito Santo; a proposito dell'essere, tutti gli uomini, ordinati alla Chiesa; a proposito del valore e della funzione salvifica delle tradizioni religiose.
Rispetto al primo punto, si avverte del rischio di separazione tra il Verbo e Gesù, o di una separazione tra l'azione salvifica del Verbo e quella di Gesù (n. 2). Secondo Dupuis, bisogna prendere in considerazione i due aspetti complementari del dogma cristologico. Il dato dell'unione delle due nature in Gesù Cristo, "senza divisione o separazione", è complementare al dato della loro distinzione, che non permette ugualmente "confusione" tra le stesse. Per Dupuis, il monofisismo rimane ancora oggi un pericolo reale, in ragione della "lunga stagione della predilezione di una sola tra le diverse cristologie del Nuovo Testamento", con la tendenza ad assorbire la natura umana nella divina. Indica, però, un altro rischio, per quanto meno diffuso: quello del "monofisismo inverso", ossia l'assorbimento della natura divina nell'umana tale da provocare una "riduzione" degli attributi divini della persona del Verbo. Dupuis non nega in nessun momento che l'azione umana di Gesù sia quella del Verbo, ma indica che l'azione divina "rimane sempre distinta da quella umana".
Rispetto al secondo punto, si avverte come contrario alla fede della Chiesa sostenere il carattere limitato, incompleto e imperfetto della rivelazione di Gesù Cristo (n. 3). Questa rivelazione "offre tutto quello che è necessario alla salvezza dell'uomo, non avendo bisogno di essere completata da altre religioni". Nella visione di Dupuis, l'evento storico Gesù Cristo, senza smettere di essere sacramento universale della volontà di Dio, rimane particolare a causa della sua storicità. Questo significa che tale evento non esaurisce la potenza salvifica di Dio, poiché l'azione universale del Verbo e dello Spirito non si circoscrive all'umanità di Gesù. Da qui, però, non si può concludere che Dupuis pretenda di ridurre Gesù Cristo ad una figura salvifica tra le altre. Per lui, la rivelazione divina operata in Gesù Cristo è "decisiva" e qualitativamente insuperata, cosa che non impedisce, però, la continuità della presenza e dell'azione di Dio nel mondo.
A proposito del terzo punto, si avverte sul rischio di intendere l'azione salvifica dello Spirito Santo come dislocata rispetto all'unica economia salvifica universale del Verbo incarnato (n. 5). Prevenendosi contro questo rischio, Dupuis ha sempre insistito sull'articolazione dello pneumatocentrismo con il cristocentrismo, in modo da preservare la centralità dell'evento Cristo. Sulla base di Sant'Ireneo, utilizza la metafora delle "due mani" di Dio che operano l'unica economia della salvezza: la mano del Verbo e la mano dello Spirito. Mani che sono unite e inseparabili, ma anche distinte e complementari. Nel senso di evitare il rischio del "cristomonismo", frequentemente indicato dalla tradizione orientale e ortodossa come una deviazione occidentale, Jacques Dupuis indica che "la comunicazione dello Spirito per opera del Cristo resuscitato non esaurisce l'operosità dello Spirito dopo l'evento-Cristo". In sintonia con il Vaticano II (Ag 4) e con l'enciclica Dominum et vivificantem di Giovanni Paolo II (n. 53), Dupuis sottolinea che lo Spirito Santo era già presente e operante anche prima della glorificazione di Cristo. Si tratta di un'operazione sempre relazionata all'e-vento culminante di Gesù Cristo. Ma la chiave di questa relazione è protetta da un "silenzio apofatico, rispettoso della trascendenza del mistero". Quanto al quarto punto, si avverte del rischio di considerare le varie religioni del mondo come cammini complementari a quello della Chiesa, in ordine alla salvezza (n. 6). Secondo la Notificazione, "i seguaci delle altre religioni sono ordinati alla Chiesa e tutti chiamati a farne parte" (n. 7). Tali preoccupazioni sono complementari al quinto punto, che affronta la questione del valore e della funzione salvifica delle diverse tradizioni religiose. Per la Cdf, queste tradizioni assumono unicamente un ruolo di "preparazione evangelica", non potendo essere considerate come tali, cammini di salvezza (n. 8). Per Jacques Dupuis, lungo la storia della Chiesa cattolica sono stati molto comuni giudizi "seriamente ingiusti" riguardo alle altre religioni, contrapponendo quello che c'è di meglio nella tradizione cristiana a quello che c'è di peggio nelle altre tradizioni. Questo autore ha cercato sempre di contrapporsi a tali tendenze, indicando un cammino qualitativamente distinto. Il testo della Notificazione rimane debitore della "teoria del compimento" che non riesce a intravedere nelle altre tradizioni altro che un ruolo di "preparazione evangelica". Per Dupuis, al contrario, le religioni non si riassumono alla mera rappresentazione di una ricerca umana di Dio a tentoni, ma costituiscono "cammini mediante i quali Dio ha cercato gli uomini attraverso la storia dell'umanità". Esse costituiscono parte di tutto il "processo di coinvolgimento personale di Dio con l'umanità che attraversa la storia", avendo come punto culminante l'evento Gesù Cristo. Tra il cristianesimo e le altre tradizioni religiose è legittimo parlare di presenza di una "complementarità reciproca", senza che questo contraddica il carattere unico della rivelazione biblica e cristiana: complementarità mediante la quale le altre tradizioni escono arricchite dal cristianesimo e, allo stesso tempo, possono evidenziare tratti o aspetti del mistero divino non tanto messi in evidenza dalla tradizione cristiana.
Forse il maggiore contributo della riflessione teologica di Jacques Dupuis, che non è stato colto dai suoi giudici, è stato quello di mantenere vivo il "senso del mistero della trascendenza di Dio e del suo piano di salvezza", che si fa presente nella ricca fonte del pluralismo religioso. Un pluralismo che affonda le sue radici nella profondità di un Dio che è amore, capace di accompagnare gli esseri umani nella diversità dei loro cammini.

SULLE AMBIGUITÀ DELLA "NOTIFICAZIONE" VATICANA
di p. Samuel Rayan

La Notificazione che è giunta dopo due anni e mezzo di "esame onnicomprensivo" non ha condannato il libro. Non ha neppure censurato né rifiutato alcuna posizione in esso contenuta. Implicitamente, anzi, elogia l'autore per il fatto di lavorare in ambiti che sono "finora ampiamente inesplorati" nella Chiesa cattolica.
La Congregazione sottolinea il fatto che la Notificazione non è un giudizio sul pensiero soggettivo o sulle intenzioni dell’autore, ma un’affermazione della fede cattolica. Intende salvaguardare la dottrina della fede cattolica da "errori, ambiguità o interpretazioni dannose".
I cinque principi dottrinali, esaminati in dettaglio nel testo, si soffermano per lo più sulla "unicità e universalità salvifica di Cristo" e sulla Chiesa come unico segno e strumento di salvezza.
Gesù Cristo è l'unico e solo mediatore di salvezza per tutta l'umanità. Questa è la nostra fede cristiana. Ma è altrettanto vero che le Scritture, i Sacramenti, i predicatori, i preti, i genitori, le persone buone, la Chiesa e la storia rappresentano mediazioni salvifiche nelle mani di Cristo. Questa verità non dovrebbe essere oscurata.
Il paragrafo sulla centralità di Gesù nel piano salvifico di Dio e sulla relazione tra l'opera salvifica della Parola e quella di Gesù richiede una ampia chiarificazione.
Così com'è può essere fonte di fraintendimenti e di confusione. Non è la creazione il primo degli atti salvifici di Dio? Dio non ha creato tutto in, attraverso e per Cristo? L'umanità di Cristo non è una realtà creata salvifica? Nella sua creazione la Parola divina svolge un ruolo. Si potrebbe dire che la Parola incarnata, Gesù, svolge un ruolo nella creazione della propria umanità? La Notificazione suggerisce che l'Incarnazione è co-eterna alla parola di Dio?
Al n. 2 par. 3, la Notificazione inizia affermando la completezza della rivelazione in o di Gesù Cristo. Ma poi modifica l'asserzione e ammette che una piena conoscenza della rivelazione divina non c'è ancora.
Ciò concorda con Paolo, che ci dice che "ora vediamo solo riflesso come in uno specchio", "ora vediamo solo in modo imperfetto" e con Giovanni che ci assicura che ciò che saremo in futuro non è ancora stato rivelato; e in particolare con Gesù che afferma che solo il Padre conosce il tempo (e il modo?) della morte, non gli angeli e nemmeno il Figlio.
La Notificazione aggiunge un secondo elemento di "completezza" affermando che essa è offerta nella rivelazione storica di Gesù Cristo. Ma Dio non ha offerto attraverso la Parola nel suo Spirito, tutto il necessario per salvare tutti lungo la storia?
O ancora, è solo quello che è "necessario" per la salvezza dell'uomo che viene offerto in Gesù? Non viene offerto molto di più in Gesù Cristo? Non è una sovrabbondanza di perdono, pace, vita e amore - la cui estensione nel tempo e nello spazio, altezza e profondità mai possiamo cogliere appieno - quella offertaci in Cristo?
Sembrano qui latenti un certo legalismo e un rischio di riduzionismo. Gesù è più di un "necessario" strumento di salvezza, e Dio non è un uomo d'affari parsimonioso.
Infine, chi ha suggerito che la rivelazione in Cristo necessita di un completamento da parte di altre religioni? Un'insinuazione senza prove? Ciò che è stato affermato, è che l'unica azione salvifica di Dio attraverso la Parola nello Spirito ha una storia che culmina nella persona di Gesù Cristo crocifisso e risorto.
La Notificazione parla anche di "semi di verità e bontà" che esistono in altre religioni. Non si riesce a capire perché nelle altre religioni esistano solo "semi". Se esistono i semi, dovrebbero esserci anche germogli, alberi, fiori e frutti; perché è opera di Dio, della sua azione e del suo amore salvifico.
Abbiamo visto splendidi esempi di giustizia e compassione, nonviolenza, amore e sacrificio di sé tra i fedeli di altre religioni, esempi in cui si può individuare il sigillo dello Spirito di Dio.
In III, 5, qual è il significato della parola "dopo" nell'affermazione iniziale: "'Lo Spirito Santo che opera dopo la resurrezione di Gesù Cristo è sempre lo Spirito di Cristo mandato dal Padre, che agisce in modo salvifico nei cristiani e nei non cristiani"? Che ne è dell'opera dello Spirito Santo prima della resurrezione di Gesù? In Noè, in Geremia, in Buddha, in Ashoka, in Lao-Tzu? Non era salvifico ed interno alla economia salvifica del Padre che ha amato tanto il mondo da dare suo figlio per la salvezza del mondo? L'iniziativa è del Padre. O ci sono due diverse economie di salvezza, una "dopo la resurrezione di Gesù" e un'altra "prima"?
Inoltre, è giusto chiamare gli induisti, i buddhisti e altri "non cristiani" mentre noi, i cristiani, non vorremmo essere descritti come "non induisti" o "non buddhisti" o "non musulmani"?
Ancora una volta: è una questione di fede cristiana il fatto che lo Spirito operi in modo salvifico dopo la resurrezione di Gesù e in un modo non salvifico prima della resurrezione? Che dire allora dell'opera dello Spirito su Maria nell'incarnazione, o della sua discesa su Gesù al suo battesimo? Sono azioni salvifiche o non salvifiche?
In IV, 6, come può la Chiesa essere un "segno" per "tutti i popoli", anche per coloro che sono vissuti molti secoli prima che la Chiesa nascesse? Non c'era una Chiesa che potessero vedere e riconoscere come un segno.
La stessa cosa si applica a coloro che sono vissuti in continenti dove la Chiesa non è stata presente per secoli anche dopo la sua fondazione, come i popoli delle Americhe e la maggior parte dell'Asia. La Notificazione è non solo poco chiara a questo proposito ma anche problematica. È retorica piuttosto che dottrinale.
Strumento non è un termine felice da usare riguardo a realtà come la Chiesa o le persone; sa di meccanica.
Di nuovo: come può la Chiesa essere "strumento di salvezza per tutti i popoli", quando per la maggior parte della storia non è esistita? È giusto mettere la Chiesa alla pari con la Parola di Dio che è eterna o con la Parola Incarnata?
Come può essere contrario alla fede cattolica ritenere che "in molti momenti nel passato e con molti mezzi Dio ha parlato ai nostri antenati" e agli antichi, e che tutte le sue comunicazioni sono parte integrante del piano salvifico che il Padre opera attraverso suo Figlio nello Spirito?
In IV, 7, il "tutti" di cui si dice che sarebbero "ordinati alla Chiesa" e chiamati ad appartenere ad essa può solo indicare coloro che sono vissuti dopo la nascita della Chiesa e ai quali essa è stata presentata. Altrimenti il riferimento al-l'orientamento e alla chiamata sarebbe inutile e insignificante.
Le formulazioni di IV, 6 e IV, 7 avrebbero dovuto essere più prudenti e sfumate. Ciò che è vero è che proprio tutti sono orientati e chiamati ad appartenere al Regno.
E per grazia di Dio ci sono molti che "cercano di vivere una vita buona, in virtù della grazia di Dio", anche se potrebbero "non essere ancora giunti ad una esplicita conoscenza di Dio", per non dire una conoscenza di Cristo o della Chiesa.
In V, 8 è positivo che la Notificazione riconosca che "lo Spirito Santo opera la salvezza" anche nei seguaci di altre religioni "mediante quegli elementi di verità e bontà presenti nelle varie religioni".
Questo porta a riconoscere la presenza dello Spirito nelle altre religioni e l'utilizzo di esse da parte dello Spirito come mediazioni salvifiche in situazioni concrete. Se è così, perché non considerare anch'esse come vie di salvezza secondo lo Spirito?
Questa posizione è fondata sulla teologia cattolica? Ma quale teologia "cattolica"? Il riferimento sembra essere piuttosto alle teologie sviluppatesi in Europa all'interno di un particolare contesto culturale, tagliate fuori dalle situazioni di molte tradizioni religiose e spirituali vive, diverse da quelle dell'Europa "cristiana".
Sviluppandosi in un contesto imperiale, feudale, coloniale e schiavista, la teologia europea non poteva costruire una teologia delle religioni. Quelle religioni sicuramente contengono "omissioni, insufficienze e errori". Ma quale tradizione religiosa non le contiene?
La Chiesa cattolica è ora pervenuta alla posizione di Lutero sulla giustificazione; ora si trova a chiedere perdono a coloro che sono stati colpiti dalle sue passate colpe, omissioni, insufficienze ed errori, compreso l'antisemitismo, le crociate, l'Inquisizione, l'atteggiamento verso il commercio degli schiavi e il colonialismo.
La Chiesa è la prima ad ammettere di aver bisogno di una riforma e di pentimento.
Così le Sacre Scritture delle altre religioni: non sono forse espressione di visioni spirituali e di esperienze donate dallo Spirito Santo?
Possono essere al massimo preparazione per l'avvento di Cristo nei cuori e nelle storie delle persone come lo erano le scritture ebraiche.
In realtà, alcune di esse sono più spirituali, edificanti e etiche di alcuni testi dell'Antico Testamento sulla violenza e il genocidio ordinati dalla divinità, che contraddicono direttamente l'insegnamento, la vita e lo Spirito di Gesù.
Lo stesso Antico Testamento ha mutuato miti, leggende, proverbi e storie da molti luoghi e ambienti religiosi. Paolo fa un uso positivo della letteratura precristiana, non ebraica.
Abbiamo ragione a seguire Paolo e gli altri autori biblici nel fare nostri i profondi, edificanti, illuminanti tesori scritturistici delle religioni asiatiche e delle altre religioni.
Il nostro Antico Testamento potrebbe benissimo essere più ampio di quello dei cristiani europei, come la Bibbia cattolica è più ampia di quella protestante e la Bibbia degli ebrei alessandrini più ampia di quella degli ebrei palestinesi, che rifiutavano di riconoscere testi ispirati composti in greco.
La Notificazione è fortemente cristocentrica. Il teocentrismo di Gesù attestato nel Nuovo Testamento è assolutamente assente. Che cosa è accaduto?
Undici note su 17 citano documenti della stessa Congregazione. La CdF cita se stessa in appoggio a se stessa, mentre il riferimento alla Sacra Scrittura è quasi assente. La metodologia è un po' sorprendente.
La Notificazione, che è stata pubblicata per chiarire l'ambiguità e "evitare una grave confusione", sembra rendere le cose più complicate.

DUE PARADIGMI DI MISSIONE
di p. Tissa Balasuriya

La Notificazione, resa pubblica a fine febbraio, riconosce il "tentativo" dell'autore "di voler rimanere nei limiti dell'ortodossia, impegnandosi nella trattazione di problematiche finora inesplorate". "Nello stesso tempo" la Congregazione "ha constatato che nel libro (presentato da Carlo Molari su Nigrizia, 7-8/98, 24, ndr) sono contenute notevoli ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di rilevante portata, che possono condurre il lettore a opinioni erronee o pericolose". Aggiunge che "l'autore stesso non si nasconde la possibilità che la sua ipotesi potrebbe sollevare un numero di interrogativi pari a quelli per cui proporrà delle soluzioni".
A seguito della Notificazione ci sono state parecchie discussioni tra gli addetti ai lavori nel nostro Paese, lo Sri Lanka. Molti di loro trovano che essa contiene proposizioni circa la missione salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa e il ruolo delle altre religioni nella salvezza umana, ancora più pericolose. Interventi su tali questioni si sono avuti, del resto, in tempi recenti e ai massimi livelli della Chiesa, anche da parte di cardinali quali Martini di Milano o Arinze del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso.
Il dibattito verte su due differenti paradigmi teologici, ciascuno dei quali cita a proprio favore testi diversi delle Scritture.

Paradigmi teologici
La Congregazione:

* Gesù Cristo è il solo e universale mediatore della salvezza per tutta l'umanità.

* Le altre religioni sono salvifiche solo in rapporto a Gesù e alla Chiesa cattolica.

* Scopo della missione di Gesù è quindi la conversione di tutti alla Chiesa cattolica.

* La verità è conosciuta dalla Chiesa. Gesù rivela in pienezza il divino alla Chiesa cattolica.

Alcuni teologi asiatici:

* La salvezza è una relazione fra la coscienza umana e Dio. Gesù predicò il Regno di Dio.

* Le altre religioni insegnano un messaggio di salvezza che può essere efficace perfino prima della nascita di Gesù e senza una conoscenza della Chiesa.

* Il messaggio della missione di Gesù è la salvezza/liberazione di tutti attraverso la conversione all'amorevole servizio del prossimo. (Matteo 25,31-46: Dio è amore).

* Tutti cercano la verità, Dio liberamente rivela il proprio essere a molti in rivelazioni pluriformi. La posizione della Congregazione ha le sue ambiguità, così come deve spiegare che cos'è la salvezza umana: da cosa e verso cosa; per mezzo di chi; come e quando. Ha i suoi presupposti o ipotesi dottrinali, di cui si può dire che vengono dalla Bibbia, ma che non sono chiari o accettabili per persone di altre fedi, o che non sono stati sempre universalmente accettati perfino nella Chiesa cattolica. La Congregazione riconosce che si tratta di problematiche finora largamente inesplorate.

Ambiguità
La posizione della Congregazione ha le sue ambiguità, così come deve spiegare che cos’è la salvezza umana: da cosa e verso cosa; per mezzo di chi; come e quando. Ha i suoi presupposti o ipotesi dottrinali, di cui si può dire che vengono dalla Bibbia, ma che non sono chiari o accettabili per persone di altre fedi, o che non sono stati sempre universalmente accettati perfino nella Chiesa cattolica. La Congregazione riconosce che si tratta di problematiche finora largamente inesplorate.
Il fatto è che la Congregazione e i suoi predecessori - che si chiamavano "Sant'Uffizio" e, prima del 1908, "Inquisizione" - hanno avuto una visione categorica e non ambigua delle relazioni interreligiose per molti secoli. Le loro posizioni furono molto più dannose alla missione di Gesù e alla Chiesa che non le tesi di padre Dupuis. Mentre il paradigma teologico più "inclusivo" può non motivare molto i missionari a convertire gli altri alla Chiesa cattolica - quanto piuttosto alla rettitudine e alla giustizia - l'atteggiamento della Congregazione e degli uffici che la precedettero portò i cattolici all'aggressività nei confronti delle altre fedi.
La storia dell'intolleranza cattolica e dell'attacco all'altro è lunga e piena di tristezza. Tali posizioni esclusive hanno portato alle divisioni delle Chiese, come tra quella romana e quella greco-ortodossa; a secoli di crociate contro l'islam; agli attacchi dei poteri imperiali cattolici contro persone di altre religioni, ai loro luoghi di culto e Scritture. La linea dura di insegnamento della Chiesa cattolica ufficiale venne supportata da bolle papali come quella di Nicolò a V al re Afonso V del Portogallo, nel 1452:
"La principale ansia che ci portiamo nel cuore è che i nemici del nome cristiano dovrebbero essere repressi e soggiogati alla religione cristiana, poiché nella loro furia violenta essi sono sempre ostili ai fedeli di Cristo e disprezzano la fede ortodossa (') Perciò in nome dell'autorità apostolica e sulla base di questa lettera noi vi concediamo:
- la piena e libera facoltà di catturare e soggiogare saraceni e pagani e altri infedeli e nemici di Cristo dovunque si trovino;
- di invadere e conquistare i loro regni, paesi, principati e altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi e possessi;
- di prendere possesso di ogni bene vi si trovi, sia mobile sia immobile, che sia posseduto da questi stessi saraceni, pagani, infedeli e nemici di Cristo;
- di ridurre in schiavitù i loro abitanti;
- di appropriarvi perpetuamente per voi e i vostri successori, i re del Portogallo, dei reami, dei ducati, dei paesi, dei principati e altri domini, possessi e beni di questa sorte, convertendoli al vostro uso e utilità e a quella dei vostri successori".
La bolla al tempo dell'espansione europea nelle Americhe incoraggiò i colonizzatori a invadere e soggiogare i popoli indigeni e a portar loro la fede in Cristo. La libertà religiosa verrà riconosciuta come diritto umano solo dal concilio Vaticano II, nel 1965.

Il nostro pentimento
Giovanni Paolo II invita tutti i cattolici a pentirsi delle colpe passate nelle relazioni all'interno della Chiesa e con gli altri. "Un altro capitolo doloroso, sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento - leggiamo nella Tertio millennio adveniente (n. 35) - è costituito dall'acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e perfino di violenza nel servizio della verità. È vero che un corretto giudizio storico non può prescindere da un'attenta considerazione dei condizionamenti culturali del momento, sotto il cui influsso molti possono aver ritenuto in buona fede che un'autentica testimonianza alla verità comportasse il soffocamento dell'altrui opinione o almeno la sua emarginazione. Molteplici motivi spesso convergevano nel creare le premesse di intolleranza, alimentando un'atmosfera passionale alla quale solo grandi spiriti veramente liberi e pieni di Dio riuscivano in qualche modo a sottrarsi.
Ma la considerazione delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi per la debolezza di così tanti dei suoi figli e figlie che macchiarono il suo volto, impedendole di rispecchiare pienamente l'immagine del suo Signore crocifisso, testimone insuperabile di amore paziente e di umile mitezza. Da quei tratti dolorosi del passato emerge una lezione per il futuro, che deve indurre ogni cristiano a tenersi ben saldo all'aureo principio dettato dal Concilio: "La verità non si impone che in forza della stessa verità, la quale penetra nelle menti soavemente e insieme con vigore" (Dignitatis humanae, 1)".
È una delle rare dichiarazioni di un papa che cerca di affrontare il problema degli errori dei cristiani e della Chiesa su un lungo periodo di tempo e in molte terre. Quindi merita attenta analisi e riflessione per lo sviluppo della nostra spiritualità, teologia e vita di Chiesa. È espressa in un linguaggio attentamente dosato, che si limita a suggerire delle cause generali della malvagità che ha spinto a sopprimere l'altro con la violenza per il servizio alla verità. Parla perfino di buona fede nella "acquiescenza manifestata" dai cristiani a quel che fu, in realtà, la perpetrazione dei peggiori genocidi nella storia umana. Il papa chiama al pentimento per queste mancanze, e a trarne lezioni per il futuro.

Quindici secoli "talebani"
Come è potuto accadere che la Chiesa, nata dal "suo Signore crocifisso, testimone insuperabile di amore paziente e di umile mitezza", abbia assunto posizioni così intolleranti, persino violente, così a lungo e universalmente? Il "corretto giudizio storico" cui allude il papa dovrebbe indagare sui metodi e sull'ampiezza della violenza cui la Chiesa fu acquiescente in casi come i seguenti: incarcerazioni senza processo; condanne di persone e di pratiche; scomunica ed esilio di dissidenti; rogo di libri; rogo di "eretici" come Giordano Bruno; torture; schiavitù; guerre di religione, crociate; distruzione di luoghi di culto di altre fedi.
Non è forse stato un approccio "talebano" delle Chiese cristiane per circa millecinquecento anni della loro storia bimillenaria?
Questi non piacevoli dati storici sono menzionati per ricordare a noi stessi il background nel quale persone come Jacques Dupuis cercano di capire il Vangelo di Gesù che, mite e moderato, presentò Dio come amore, e l'amore per il prossimo summa e sostanza del suo insegnamento. Non dovrebbe la Congregazione - che ha confessato i propri errori nella quaresima dell'anno giubilare - correggere il pensiero che poté condurre a tali crimini a livello mondiale, e farne ammenda?
Dupuis non è semplicemente un ricercatore in un'area "di problematiche finora inesplorate", quanto piuttosto un discepolo di Gesù e un leale membro della Chiesa, che cerca di redimere la missione cristiana dalla sua storia centenaria di intolleranza e perfino esplicita alleanza, o tacito compromesso, con il più odioso genocidio della storia umana. Molti di noi in Asia gli sono grati per le sue pazienti ricerche e la fedeltà alla sua missione, come discepolo di Gesù in Asia.




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