di Ambra Radaelli
(da
“Repubblica delle donne” del 4 settembre)
Attualità
Pacifisti a sinistra del Papa Teologi della liberazione Il movimento cristiano
per la giustizia sociale nel mondo denuncia: gerarchia e fedeli hanno colpe
gravissime. Nella guerra in Iraq e non solo di Ambra Radaelli Foto di AFP/G.
Neri Foto di Corbis/Contrasto Ha tentato - con la diplomazia e una lettera
personale a Bush - di scongiurare la guerra all'Iraq. Lo scorso giugno ha
chiesto al presidente Usa un "rapido ritorno alla sovranità
irachena". Eppure Wojtyla alfiere della pace non convince la Teologia
della Liberazione, il movimento cristiano mondiale nato negli anni '60 in
America Latina, che lotta per l'emancipazione del sud del mondo dal dominio
economico del nord e la fine delle sperequazioni sociali. E che fu ed è
osteggiato dal Vaticano, in particolare con questo pontificato. Il
cattolicesimo ha mancato, in molte cose. Lo sostiene, tra gli altri, Tissa
Balasuriya, teologo cingalese degli Oblati di Maria Immacolata, che nel '97
rischiò la scomunica per avere negato i dogmi sulla Madonna. Le sue opinioni,
riportate in L'agenda del nuovo papa (Editori Riuniti), sono durissime:
"Le potenze occidentali cristiane hanno costruito un ordine mondiale
razzista". I cristiani "sono i principali detentori di potere,
possiedono o controllano la maggior parte della ricchezza e sono i maggiori
produttori e venditori di armi, mentre dicono di sostenere la pace (una pace
dello status quo)". Ancora: "Hanno scambiato la violenza per missione
di cività", e questo "genera in loro persino una buona
coscienza". Rispetto alla guerra, Balasuriya sostiene che "la lotta
per l'accaparramento del petrolio, che si trova soprattutto in Medio Oriente,
abitato da arabi, inasprirà i conflitti globali". E che "la risposta
al terrorismo non può consistere in una maggiore violenza, ma in misure che
producano giustizia". In tutto ciò, la Chiesa? "Si è battuta contro
altre religioni con mezzi discutibili, come il colonialismo occidentale (...)
Lo sfruttamento economico non è considerato un peccato che meriti la scomunica,
neppure se priva milioni di persone del cibo. La produzione delle armi non è
combattuta". E alla battaglia antiaborto non corrisponde "la condanna
alle sanzioni Usa, che hanno ucciso centinaia di migliaia di bambini in
Iraq". Balasuriya ci invia questa nota: "Non posso discutere delle
ragioni per cui Usa e Inghilterra hanno invaso l'Iraq. In ogni caso, non
avevano il diritto di portare avanti la guerra da soli. La cosa migliore che
possono fare ora è lasciare il Paese senza condizioni e corrispondere
un'adeguata riparazione alla popolazione. Ogni vita irachena vale almeno quella
di un americano ucciso dai terroristi". Sempre in L'agenda del nuovo papa,
altri autori accusano il pontefice di non avere mai davvero condannato il
"capitalismo omicida", la "reale dittatura del denaro",
l'esportazione di un modello unico di cultura, e di avere mantenuto un sistema
patriarcale che segrega le donne e nega loro la "libertà di esistere come
cittadine". Confrontiamo queste opinioni con il massimo teologo della
liberazione, Leonardo Boff. Nato nel '38 in Brasile da una famiglia di origine
veneta, docente universitario (tra l'altro a Harvard, Basilea e Heidelberg) e
autore di oltre 60 libri su teologia, etica, ecologia e spiritualità, faceva
parte dell'ordine francescano. Nell'85 fu condannato al "silenzio
ossequioso" e allontanato da ogni attività. Nel '92 lasciò il ministero
per tornare allo stato laicale e continuare a lavorare come teologo a fianco
dei movimenti sociali e comunitari. Nel 2001 ha vinto il Nobel Alternativo per
la Pace (Right Livelihood Award). Quando lo raggiungiamo per telefono, rifiuta
di parlare in inglese "che è la lingua degli oppressori", e sceglie di
comunicare in spagnolo. Pensa che la guerra in Iraq abbia ragioni economiche?
"La causa principale è stata il desiderio di tenere sotto controllo il
petrolio, senza il quale non sarebbe possibile mantenere il sistema industriale
e tecnologico mondiale, né l'egemonia nordamericana. L'Arabia Saudita, il più
grande produttore al mondo, era ed è sotto il controllo dell'Occidente. Mancava
l'Iraq. Il pretesto sono state le armi di distruzione di massa di Saddam. Se
l'Iraq fosse solo un grande produttore di datteri, non ci sarebbe stata nessuna
guerra. La sua disgrazia è produrre petrolio". C'è stata anche la volontà
di affermare una sola cultura, quella occidentale? E il Papa, patriarca
dell'Occidente, ha qualche responsabilità? "La cultura occidentale ha un
limite: un'immensa difficoltà nell'accettare e convivere con il diverso. Tende
a subordinarlo, incorporarlo o distruggerlo, come è accaduto per le culture
dell'America Latina. Questo determina il pensiero unico nell'economia e nella
politica, la presunzione di professare l'unica vera religione, di possedere
l'unica morale e l'unica cultura di riferimento. L'attuale pontefice è ostaggio
e vittima del paradigma dell'identità occidentale. Attraverso la sua visione
romanocentrica del mondo e le sue pratiche autoritarie, non ha fatto che
rafforzare la centralizzazione della cultura e della religione. Il
cristianesimo va liberato da questa prigione". Per lei la Chiesa, come
l'I-slam, è crudele con le donne? "La donna non conta nulla. Tutto è
declinato al maschile: Dio, Cristo, il potere, i gerarchi, gli animatori della
comunità, i celebranti dei riti. Ma nelle donne cresce la convinzione che
questo sia profondamente ingiusto, non corrisponda al disegno divino e sia una
forma di dominazione clericale, maschilista e patriarcale. Il che porterà
inevitabilmente a uno scisma, e la colpa sarà della rigidità dogmatica del
Vaticano". Eppure il Concilio Vaticano II ha affermato la libertà di
religione: c'è un solo Dio, che si esprime in modi diversi. "Già negli
anni Trenta la riflessione teologica europea aveva denunciato i pericoli di una
religione politica, derivante da un rigoroso monoteismo. Così come in cielo
esiste un solo Dio, c'è un solo Papa in terra, un capo (duce, führer) nel
mondo, un vescovo nella diocesi, un parroco nella parrocchia, un capofamiglia
(il padre) e così via. Questo continua a essere vero nella Curia Vaticana, in
base alla cosiddetta dottrina della "cefalizzazione" (una sola testa:
Cristo nel Corpo Mistico e il Papa nel Corpo Ecclesiastico). Si colloca però in
opposizione alla concezione originaria del cristianesimo, che non è monoteista
ma trinitario: Dio non è la solitudine dell'Uno ma la comunione dei Tre, Padre,
Figlio e Spirito Santo. Mentre la dottrina trinitaria vuole l'unità e la parità
tra le Persone Divine, la dottrina della Chiesa insegna la disuguaglianza fra
ecclesiastici e laici, l'esistenza di una gerarchia voluta da Cristo e la
subordinazione di tutti al Papa. Questo monoteismo politico-ecclesiastico fa sì
che la Chiesa sia l'ultimo grande bastione dell'autoritarismo e del
patriarcalismo dell'Occidente. Non sa convivere con lo spirito democratico e
provoca disuguaglianze, tensioni, ingiustizie". Il Vaticano rispetta
l'Islam? "In parte sì, per ragioni teologiche. Abbiamo molte cose in comune:
la fede in un solo Dio, l'accettazione di una rivelazione, l'importanza della
preghiera e della fratellanza, la testimonianza della fede in tutti gli aspetti
della vita. Ma la Chiesa e l'Occidente non si sono impegnati abbastanza per
ridurre i segni lasciati dalle crociate, e dalle diffamazioni verso i musulmani
degli autori cristiani dei secoli scorsi. San Francesco, che si incontrò con il
sultano e pregò con lui, fece da solo più di tutti gli occidentali".
Wojtyla parla di pace. Eppure, nel mondo, capitalismo, imperialismo, egemonia
sono esercitati dai cristiani. "Questo Papa ha fatto abbastanza per la
pace. Ha usato autorità morale e voce profetica. Nella prima guerra contro
l'Iraq, quando gli episcopati hanno vacillato appoggiandola in parte, la
condanna del pontefice si è levata solitaria. Molte persone non lo sanno, ma
gli oltre cento teologi della liberazione riuniti a San Paolo sono stati gli
unici a siglare un documento di supporto al Papa, anche se da lui sono sempre
stati male interpretati. Purtroppo, la Chiesa nel suo insieme omette di
denunciare chiaramente la disumanizzazione che il modello neoliberale provoca
nella maggior parte delle società povere del mondo. I cristiani sono divisi:
quelli che partecipano al benessere non sono abbastanza solidali con i milioni
di vittime, mentre quelli che si collocano al margine dello stesso benessere
non sono poi tanto sensibili alle grida dei poveri della Terra. Pochi si
immedesimano con i condannati del mondo, come fanno invece le chiese
dell'America Latina, dell'Africa e dell'Asia. Sono loro che, oggi, salvano la
rilevanza sociale e storica del Vangelo". Come concilia il Vaticano i
discorsi sulla vita (aborto, contraccezione) con le sanzioni all'Iraq,
colpevoli di tante morti infantili? "La Chiesa deve rivedere i temi della
morale sessuale e familiare alla luce della lezione di Gesù, allontanandosi dal
freddo dogmatismo. Oggi la sua predicazione è crudele e spietata, nemica della
vita in nome di una fantomatica comprensione della stessa. La Chiesa deve
affiancarsi a coloro che difendono la vita (anche quella della natura), perché
tutto quello che esiste merita di esistere. In situazioni di conflitto,
dovrebbe mostrare compassione, accettare la vulnerabilità e la mortalità della
vita e rispettare le decisioni che gli interessati prendono in tutta coscienza.
Non impuntarsi per avere l'ultima parola, né per imporla a tutti, anche a chi
cristiano non è". Dai tempi dei missionari, i cristiani sembrano convinti
che l'ordine del mondo, e la loro presenza nei Paesi poveri, siano la volontà
di Dio... "Non credo che ci siano cristiani tanto stupidi da accettare
l'attuale ordine come divino. Esso offende più che onorare Dio. Nelle missioni
e nelle chiese europee c'è molta generosità verso i poveri, ma pochi si
schierano davvero con loro. I cristiani sono caritatevoli, non liberatori.
Mantengono i poveri nella dipendenza. Invece, sfruttando le proprie forze e le
organizzazioni, gli ultimi possono in prima persona liberarsi della miseria. La
Chiesa e i missionari sono alleati importanti, ma non gli attori principali.
Questa è la prospettiva ideata e messa in pratica dalla Chiesa della
liberazione". Il terrorismo islamico è stato generato dall'Occidente?
"Il fenomeno si fonda su una profonda delusione, amarezza e odio radicato
verso il mondo occidentale e la globalizzazione in atto. I musulmani si rendono
conto che il sangue del sistema, il petrolio, è perlopiù nelle loro zone,
sfruttate dalle potenze occidentali. Durante la forgiatura del processo di
globalizzazione, questi Paesi non vengono ascoltati perché visti come
arretrati, pesi morti della storia. Inoltre, la globalizzazione si attua
all'interno di un marchio secolare e laico e, per i musulmani questo equivale
all'ateismo, a un'offesa ad Allah. Tutti questi elementi si ritrovano condensati
nel conflitto israeliano-palestinese. I palestinesi vengono umiliati ogni
giorno e militarmente sconfitti. E gli Usa sono schierati chiaramente con
Israele. Questa atmosfera di odio genera il terrorismo islamico, che ha
sconfitto gli Stati Uniti e l'Europa tenendoli ostaggio della paura, dominando
l'immaginario della gente. Se non si apre un dialogo con il mondo islamico, se
non si rende giustizia storica ai musulmani, il terrorismo continuerà, perché è
l'unica guerra che gli oppressi possono combattere e vincere. Difficilmente si
può sconfiggere chi fa del proprio corpo uno strumento di morte e
distruzione". L'atteggiamento del Vaticano verso la vostra teologia è
migliorato di recente? "Il Vaticano non ha mai compreso la Teologia della
Liberazione. I suoi due documenti sul tema sono falsificazioni irresponsabili e
peccaminose. Condannando questo movimento, il Vaticano ha offeso e abbandonato
i poveri, che confidano nella forza liberatoria del Vangelo. Fatto ancora più
grave, si è allontanato da Gesù, che era povero quando visse fra noi. Ma la
Teologia della Liberazione è più viva che mai. Viene chiamata nera, indigena,
femminista, ecologica. Al di là delle definizioni, essa ascolta il grido degli
ultimi, quello dell'acqua, delle foreste, dell'aria, perché sia fatta
giustizia". Queste le opinioni della massima autorità mondiale in tema di
Teologia della Liberazione, dottrina che si esprime attraverso il movimento
internazionale "We Are Church". In Italia esiste una sezione,
"Noi siamo Chiesa", varie comunità di base e riviste (Tempi di
fraternità, Confronti). Difficile contare gli aderenti. Secondo Luigi de Paoli,
portavoce nazionale di "Noi siamo Chiesa", il loro appello per una
riforma della gerarchia è stato sottoscritto da 30 mila persone, tra cui
moltissimi laici. Sulla guerra in Iraq "non abbiamo lanciato iniziative
autonome", dice il coordinatore per il Nord Italia, Vittorio Bellavite,
"ma partecipato a quelle del movimento internazionale per la pace".
Qualcuno però, tra gli aderenti italiani alla Teologia della Liberazione, sta
facendo ben di più. È Giovanni Franzoni, ex abate, ora ridotto allo stato
laicale dopo una lunga lotta con la Chiesa a causa dell'appoggio alle lotte
operaie del '69 e '70, al divorzio e al Pci, e dell'opposizione alla guerra del
Vietnam. Franzoni è presidente dell'Associazione amicizia Italia - L'Iraq agli
iracheni, sorta il 14 luglio scorso, che raggruppa iracheni in Italia (molti
comunisti, fuggiti dal regime di Saddam) e, tra gli italiani, politici e
giornalisti. "Vogliamo promuovere l'autodeterminazione dell'Iraq e
combattere qualsiasi interferenza straniera, che sia religiosa, culturale o
politica. Ci opponiamo all'esportazione sia della democrazia occidentale sia
della rivoluzione di Bin Laden. Conosciamo la resistenza irachena e non la
confondiamo con il terrorismo. La resistenza ha creato il Consiglio degli
Ulema, sunnita, e quello che è il nostro interlocutore privilegiato, la
Conferenza degli Studiosi, che raggruppa capi tribù di tutte le etnie e
professori universitari con lo scopo di evitare la balcanizzazione dell'Iraq.
Vorremmo invitare membri della Conferenza e farli parlare nelle università
italiane; promuovere il confronto con la resistenza che, in mancanza di uno
scambio con l'esterno, rischia di ripiegarsi su se stessa; creare una rete
italiana di comitati analoghi al nostro, al di fuori dei partiti; promuovere
una corretta informazione. Già nell'81 andai a Parigi per raccogliere le voci
dei dissidenti contro Saddam. Ma il mio lavoro non trovò diffusione, perché
all'epoca il dittatore era il paladino occidentale contro l'Iran". Avete
punti di contatto con il Vaticano? "Da anni litighiamo. Ma abbiamo
apprezzato la posizione senza precedenti del Papa, che ha ricevuto Tareq Aziz e
ha mandato una missione diplomatica a parlare con Saddam". Franzoni è più
severo con il governo Berlusconi: "Persino Bush si è detto consapevole
della differenza tra terrorismo e resistenza. Invece questo esecutivo le ha
sovrapposte". E la riparazione auspicata da Balasuriya? "Essenziale.
Gli Usa dovranno risarcire i danni, a cominciare da quelli alle vittime delle
torture. E il conto sarà enorme".