Don Arturo Paoli , dalle favelas alla marcia
della pace negata di Maurizio Chierici (dall’Unità
del 31 dicembre)
Il comitato di Trento, con
l’assistenza del vescovo Bressan, aveva scelto due
protagonisti che dovevano aprire la marcia dei volonterosi: la testimonianza di
Paoli e Antonio Papisca,
professore all’università di Padova le cui analisi scavano i problemi sociali.
Dibattito guidato da Francesco Comina autore di un
libro intervista a Paoli, < Qui la meta è partire
>, aperto dalla prefazione di Ettore Masina. Ma il programma è cambiato. A Roma hanno deciso
diversamente. La scelta di Paoli e Papisca diventa il
< malcelato desiderio di strumentalizzare la marcia
per fini ideologici >. Pax Christi, Caritas. focolarini,
scouts, insomma la galassia dei movimenti cattolici
che nascondeva < i malcelati desideri >, ha chiesto spiegazioni. Eccole: Paoli e Papisca non sono trentini, quindi fuori posto. La
testimonianza di chi li sostituisce resta generosa e appassionata, ma l’aver
eliminato la voce sconvolgente di un teologo che da mezzo secolo vive sulla
pelle il dolore degli altri, fa capire con quali cautele la curia di Roma
affronta i problemi dell’ingiustizia e della sofferenza. Paoli
non può intervenire come terza voce perché nato a Lucca e non a Trento.
Impossibile evitare il sospetto di una diversità nascosta dietro paraventi
comunardi cari a un certo tipo di padani. Il vecchio
teologo era tornato in Italia: una brutta caduta. Finita la convalescenza,
ancora po’ zoppo ma cammina. E con l’ottimismo di un
ragazzo è ripartito per il Brasile. Rientrerà in tempo per un’altra manifestazione:
il 6 gennaio, a Perugia,
in un convegno sulla spiritualità, risponderà sui temi del libro.
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Prima
di montare nell’aereo che lo riportava alla sua favela, chiacchieriamo nella campagna di Reggio Emilia. Pomeriggio di una domenica nebbia e pioggia, stanzone della cascina
che raccoglie tante famiglie: 27 persone attorno al tavolo della cena.
Chi passa, si ferma. Una voce dalla cucina: < Quanti piatti devo aggiungere ? >. Non chiede i nomi. Vite diverse: infermiere, impiegati, operai, contadini, i loro
figli, il loro parroco. Sbarcano il lunario con un agriturismo ( La
collina di Codemondo ) che non somiglia a nessun
altro di questi posti. Fin dal primo giorno una stanza è aperta per accogliere
chi non sa dove dormire. Hanno chiamato Paoli per
esercizi di una meditazione che sembra fuori tempo con gli ipermercati che spuntano di là dai campi. E fuori cornice per la semplicità che trascura l’attenzione alle
forme. Le donne fanno domande mescolando la pentola.
Conoscevo Paoli da
lontano. I suoi libri hanno accompagnato tante generazioni; radio Tre di Uomini e Profeti e le riflessioni di < Rocca >,
rivista della Cittadella di Assisi. Quanti anni avrà ?
Lo ascolto con la meraviglia di chi continua a dubitare inquietato dalla
lucidità di una prosa vigorosa nella quale i dubbi non vengono
accolti. Luminoso, occhi allegri, capelli bianchi come
il Chaplin della vecchiaia: parla a bassa voce, ma la
voce rimbomba appena il ricordo umilia la vita degli altri. Batte l’indice sul
tavolo per far capire che non ci sta. Sicuro di avere 93 anni
? Allora sorride: < Continuo a contarli >.
Scrive Masina: < Era bambino quando in
Messico e a San Pietroburgo sventolavano le prime
bandiere delle rivoluzioni popolari >. Impara a leggere sillabando le lapidi
nelle quali l’Italia incideva i nomi di chi si era svenato nel macello della
prima guerra mondiale. Non lontano dalla sua Lucca i
fascisti bastonano a morte Amendola, ed entra al
ginnasio mentre Mussolini scioglie l’aula grigia del
parlamento. Si laurea a Pisa, tesi su Carducci: la vocazione arriva appena
dopo. A 34 anni rischia la vita per salvare un ebreo tedesco, Zvi Yacov Gerstel,
oggi famoso per gli studi sul Talmud. Per Israele Arturo Paoli
diventa un < giusto tra le nazioni >. C’é un albero col suo nome nei giardini del
ricordo.
Non
è un’intervista, solo un colloquio nel quale prevale la sua voce. Nel ’57 viene mandato a Bindua, Sardegna
delle miniere: deve fondare una nuova comunità e scavare in galleria. Un
pastore che si sporca le mani umiliando nel lavoro la dignità sacerdotale, non
è ben visto dalla burocrazia vaticana di quegli anni. Lo spostano in Argentina,
Fortin Olmos, fra i
boscaioli alle dipendenze di una multinazionale inglese. E
quando gli inglesi se ne vanno, Paoli organizza una
cooperativa per permettere ai disoccupati di sopravvivere. Intanto diventa
superiore dei Piccoli Fratelli per l’America Latina e si trasferisce a Buenos
Aires. Delinea una teologia < comprometida
>, impegnata nel sociale, anticipo della teologia della liberazione. <
Non è proprio così…>, scuote la testa. Incontra il
vescovo Enrique Angeletti,
una delle poche voci critiche della Chiesa negli anni tragici della dittatura
militare. Va nel Cile di Allende
e nel settembre 1973 i miliatari del golpe distribuiscono
l’elenco degli stranieri pericolosi < da eliminare in qualsiasi circostanza
>. Arturo Paoli è il secondo della lista. Si salva
perché la morte di Allende
lo trova in Venezuela: non solo prediche e conferenze, continua a lavorare con
le mani. Nuova meta, il Brasile del
1983: la piaga della prostituzione lo commuove. Deve fare qualcosa e le sue
giornate si allungano nelle notti. L’ultimo passo lo
porta A Foz do Iguaçu,
quartiere di Boa Esperança, a due passi dalle
cascate: miseria e degrado sociale angosciano un uomo pur vissuto sempre nella
povertà. E’ stato il vescovo a chiedere aiuto, ma l’esempio non basta. Nasce
l’Associazione Fraternità ed Alleanza. Era il 1987. Abita ancora lì. A poco a
poco le baracche di cartoni e lamiere diventano qualcosa
che richiama la normalità delle case: muri e tetti. Ma
l’infelicità non è solo assenza di cose normali, accompagna il vuoto della
folla disorientata dalla non speranza. Sono passati vent’anni
e qualcosa comincia a cambiare.
<
Il soffocamento della Teologia della Liberazione crea qualche problema…>.
< Soffocamento non direi. La teologia della
liberazione è molto viva sotto la cenere. Sono amico di Gustavo Guetrierrez, il teologo domenicano che ne ha elaborato il
messaggio. Nel primo scritto in cui annunciava le novità di una teologia da far
crescere in mezzo alla gente, cita un mio libro pubblicato nel ‘68 dalla Morcelliana di Roma: ‘ Dialogo
della liberazione’. Non essendo un teologo
sistematico - non mi piace e non vorrei neanche esserlo, per la verità -
cercavo la liberazione nel misticismo. Cristo come liberatore. Come dice Levinas ( grande filosofo del
quale legge e rilegge gli insegnamenti, anche lui povero, profugo e straniero
), siamo passati da un indirizzo teoretico ad un indirizzo piuttosto etico
mentre la teologia occidentale viene pensata in una inculturazione
greca che è al di là della visione delle cose fisiche. Ecco
la svolta: studiare l’essere umano nella contingenza, nel mondo visibile.
Nel mondo, insomma. L’impianto della teologia greca non ha ormai senso >.
E
Parla e l’ascolto oltre la sera. Racconta dei
natali nella favela. < …la novena, la messa e un grande
pranzo che dura fino all’alba nell’aria tiepida dell’estate australe. Ma la notte di Natale voglio raccogliere i miei pensieri. E
sfuggo gli inviti. L’ultima volta ho inventato di aspettare
una signora, la signora Castel Branco, grande famiglia di un ex presidente. Dovevo cenare da solo,
con lei. Ho allontanato chi accudisce la mia stanza. ‘
Vai pure alle festa degli altri, noi dobbiamo parlare a lungo. Prepara per
due…’. Sono rimasto con l’ invitato invisibile seduto dall’altra
parte del tavolo. Ho acceso le candele, gli ho offerto
il vino pensando e pregando. Il più bel Natale della mia vita >. Quando Arturo Paoli ha preso
l’aereo per il Brasile, ho immaginato quale notte di Natale lo stava
aspettando.