LETTERA APERTA AL PAPA BENEDETTO XVI
CONTRO IL RIPRISTINO DELLA MESSA IN LATINO DEL 1570 E IN DIFESA DEL CONCILIO
ECUMENICO VATICANO II
Sembra che il papa Benedetto XVI stia per promulgare un «motu
proprio» con il quale concederebbe l’indulto non di celebrare la Messa
in latino (possibilità già esistente), ma di ripristinare il rito della Messa,
detta «di Pio V», il papa che nel 1570 «per ordine del concilio di Trento» riordinò la liturgia preesistente adeguandola agli statuti
del concilio. Fin dalle origini la Messa non è mai stata qualcosa di
«definitivo», ma è sempre stata il frutto di uno
sviluppo continuo e vivo: nei primi secoli a Roma il «memoriale del Signore» si
celebrava in greco e fino all’editto di Teodosio (a. 312) vi è ampia libertà di liturgia.
Di vera riforma si comincia a parlare nel sec. VII con papa
Gregorio Magno (590-604) che riorganizzò a fondo la liturgia romana, facendo
ordine nelle fonti
liturgiche anteriori, componendo nuovi testi e promuovendo il canto liturgico
che dal suo nome si chiama «gregoriano». Dopo di lui per influsso della corte carolingia che esporta in tutta Europa i riti romani, si
diffondono i Sacramentari che diventano usuali nel
sec. XI. La liturgia della Messa, però, resta abbastanza libera e anche povera
di contenuti.
Di «libro» in senso moderno si può parlare solo con papa Gregorio VII
(1073-1085) che intraprende una riforma più incisiva: nasce il «Pontificale romanum» che diventa la guida ufficiale dei riti presieduti
dal papa e nel sec. XIII viene assunto come
Pontificale romano di tutta la curia. Continua un processo lento e e costante che durante il Medio
Evo porta i Sacramentari del tempo carolingio a confluire nel «Missale
plenarium» della curia romana. Questo messale unifica
in sé i due filoni finora separati: l’«Ordo Missae» e l’«Ordo lectionum». La riforma di Paolo VI del 1969 li ha
ripristinati e sono il «Messale» e il «Lezionario».
Alla vigila del concilio di Trento a Roma era in uso il messale detto «italo-germanico». E’ in questo contesto
che si situa il Concilio di Trento e la sua richiesta di riforma come
controriforma.
Pio V mise ordine in questo mare di riti e usi, abrogò e
modificò radicalmente
tutto ciò che esisteva prima editando un testo «ufficiale»
che doveva servire prima di tutto come segno di riconoscimento «cattolico»
contro la liturgia della riforma di Lutero. Solo per questo motivo impose la
sua riforma a tutta la Chiesa, lasciando in vita
soltanto i riti che potevano dimostrare di avere almeno due secoli di vita
autonoma.
Il messale di Pio V fu aggiornato da papa Clemente VIII nel 1604, da papa
Urbano VIII nel 1634 e da papa Pio X nel 1911. Il papa Pio XII nel 1946 istituì
una Commissione per la riforma generale della liturgia che iniziò i lavori nel
1949 e dopo l’annuncio del concilio Vaticano II nel 1959 confluì nella
Commissione liturgica preparatoria dello stesso concilio. E’ ancora vivente nel
convento di San Francesco di Fiesole, il francescano liturgista p. Rinaldo Falsini
che della commissione conciliare fu segretario-verbalista:
egli è la testimonianza storica della «mens»
conciliare. A quanto ci risulta, però, nessuno della curia romana ha mai
sentito il dovere di consultarlo fosse anche per un
parere «pro veritate» (cf i
suoi molti scritti di questi ultimi anni come ad es. l’ultimo:
«Le nostre liturgie. L’altare verso il popolo è scelta conciliare», in Vita
Pastorale 10 [ottobre 2006]). Lo stesso papa Pio XII nel 1951 riformò il messale di Pio V relativamente alla veglia pasquale e nel 1956 riordinò
completamente tutta la settimana santa, abrogando la precedente.
Da questi fugaci accenni storici si vede che il messale e gli altri libri
liturgici non sono mai stati intoccabili o irreformabili,
ma sono stati pubblicati, riformati e abrogati come qualsiasi realtà umana. Il
messale esprime la lex orandi
che per sua natura è legata alla psicologia della persona ed è quindi naturale
che ogni epoca manifesti la lex credendi
con la sensibilità della propria epoca. In questa linea di permanente riforma e
di aggiornamento, nel 1969 papa Paolo VI, fedele alla
Tradizione e per ordine di un altro concilio ecumenico, il Vaticano II, pose
mano ad una riforma globale della liturgia alla luce delle fonti bibliche e
patristiche, abrogando i riti precedenti e offrendo alla Chiesa un nuovo
messale perché «i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo
mistero di fede, ma comprendendo bene… riti e… preghiere, partecipino
all’azione sacra
consapevolmente, piamente e attivamente» (Cost. lit. Sacrosantum Concilium [SC] 48).
Papa Paolo VI non è meno papa degli altri che hanno dato vita a
riforme più o meno incisive. Egli infatti realizzò il
dettato conciliare: «L’ordinamento rituale della messa sia riveduto in modo che appaia più chiaramente
la natura specifica delle singole parti e la loro mutua
connessione, e sia resa più facile la partecipazione pia e attiva dei fedeli.
Per questo i riti, conservata fedelmente la loro sostanza, siano semplificati;
si sopprimano quegli elementi che, col passare dei secoli, furono duplicati o
aggiunti senza grande utilità; alcuni elementi invece,
che col tempo andarono perduti, siano ristabiliti, secondo la tradizione dei
Padri, nella misura che sembrerà opportuna o necessaria» (SC 50).
Alcuni non dotati di sufficiente spirito di discernimento affermano che il rito
di Pio V non può essere abrogato e che Paolo VI non poteva abolirlo. Ciò è
falso, in forza del diritto e delle consuetudini, come preciseremo più avanti (cf CJC can. 6, §1, 4° e cann.19-20).
Paolo VI, infatti, non aggiunge un nuovo messale all’antico,
ma su richiesta del concilio, rivede, semplifica,
sopprime e presenta una «nuova composizione», in una parola abroga e
sostituisce il precedente che resta come testimonianza storica di un’epoca,
espressione della ecclesiologia emersa dal concilio di Trento in
contrapposizione alla Riforma di Lutero.
A Mons. Gaetano Bonicelli
vescovo di Siena il quale poneva il quesito: «Ogni sacerdote può usare il Messale tridentino senza alcun
permesso, posto che S. Pio V gliene assicura la facoltà in perpetuo?», la
Congregazione per il Culto Divino in data 11 giugno 1999 (Prot.
n° 947/99L) rispondeva: «No, poiché
il “Missale
Romanum” detto di S. Pio V è da ritenersi non piú in vigore».
Alla schiera di nostalgici si è iscritto di sua iniziativa il card. Joseph Ratzinger,
allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio e oggi papa
Benedetto XVI. Egli in un suo libro autobiografico (La mia vita: ricordi,
1927-1977, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1997, pp. 110-113) dimostra di non essere
sufficientemente informato sulla questione storica del «Messale». Dopo avere
preso atto della «pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi
completo del messale precedente» (cioè di Pio V), si
dichiara «sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una
cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia».
Basandosi sul fatto che «Pio V si era limitato a far rielaborare il messale
romano allora in uso... Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori
avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un
messale a un altro… Un messale di Pio V che
sia stato creato da lui non esiste. C’è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di
crescita storica».
Il cardinale Ratzinger giunge alla
conclusione che «non si può affatto parlare di un divieto riguardante i
messali precedenti fino a quel momento regolarmente approvati» per cui «per la
vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza
liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l’unità
della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma
come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo
dipende in gran parte dal crollo della liturgia… per questo abbiamo
bisogno di un nuovo movimento liturgico, che richiami in vita la vera eredità
del concilio Vaticano II».
Le dichiarazioni del cardinale Ratzinger pubblicate nel 1997 furono di fatto smentite dalla Congregazione per il Culto Divino
nel 1999 con la risposta ai quesiti del vescovo di Siena. Non è concepibile che
in una materia così rilevante la Congregazione non abbia consultato il papa e
da lui non abbia avuto il nulla osta. Non risulta che
l’ex prefetto dell’ex Sant’Uffizio
abbia ritrattato le sue precedenti dichiarazioni. Joseph
Ratzinger ora è papa, ma non per difendere le idee
che lo nutrivano da cardinale, ma in quanto papa della
Chiesa cattolica egli
non può fare quello che vuole, ma è vincolato al mandato ricevuto che è quello
di confermare i fratelli e le sorelle nella fede, che nel concilio ecumenico
trova la sua massima espressione di universalità.
Egli non può proporre come «modello» per i cattolici i denigratori del
concilio, altrimenti lo stesso papa si pone fuori della sua stessa Chiesa, di
cui dovrebbe essere geloso custode e «servo dei servi».
Ripristinare il rito di Pio V di fronte alla totalità dei
credenti apparirebbe come una sconfessione dei papi Giovanni XXIII e Paolo VI e
anche un atto di sabotaggio del magistero del concilio Vaticano II. Riteniamo infatti che il papa non possa ripristinare «la Messa di Pio
V» perché un papa non può annullare o contraddire un concilio il cui magistero
si esercita «in modo solenne sulla chiesa universale» (CJC, 337§1), come
afferma la stessa Congregazione per il Culto Divino: «l’autorità
del Concilio o del Romano Pontefice non viene esercitata in modo arbitrario,
bensì avendo sempre presente il bene comune della Chiesa».
E’ ben noto che la Messa in latino secondo il rito riformato del
concilio di Trento è un pretesto, un vessillo ideologico per portare a termine
un progetto più ampio di «restaurazione» antistorica per chiudere in modo
definitivo e ingloriosamente
il concilio ecumenico Vaticano II, dichiarandolo un semplice incidente della
storia. Negli anni 1963-1965 il card. di Genova
Giuseppe Siri soleva ripetere come un ritornello che
«occorreranno 50 anni per riparare gli errori del concilio» e si vantava di non
averne approvato le riforme: ora può riposare in pace perché il suo desiderio
si sta avverando.
Un rito non vale l’altro e l’uno e l’altro pari non sono perché dietro ogni rito che è espressione della fede
della Chiesa universale (lex orandi, lex credendi) sta la coscienza che la Chiesa ha di se stessa e
quindi la concezione della propria ecclesiologia. Quella di Pio V non è la
stessa di quella di Paolo VI perché esprimono due visioni opposte. La prima è clericocentrica perché concepisce la liturgia
prevalentemente come ritualità di ribriche che ha nel
sacerdote il fulcro e la chiave della mediazione, espresso nel segno dell’altare
non rivolto al popolo. La seconda partendo dal concetto che
la liturgia è atto sacramentale che esprime il mistero di Cristo (cf Conc. ecum. Vat. II, Costituzione sulla
Liturgia, SC 2), la presenta come azione di tutta la chiesa: l’altare
rivolto al popolo è il segno «visibile» della centralità di Cristo a cui
converge tutta l’assemblea-chiesa «convocata» alla duplice mensa della Parola e del Pane
(SC 51 e 56).
Tra i gruppi di pressione si distingue quello fondato dal vescovo scismatico Marcel Lefebvre, scomunicato da
Giovanni Paolo II. Il comunicato finale del 3° capitolo generale tenutosi ad Ecône in Svizzera nei giorni 2-15 luglio 2006 [non dieci
anni fa, ma appena quattro mesi or sono!!!] dichiara
[sottolineature nostre]: «la sua ferma risoluzione di continuare… la sua
azione nella linea dottrinale e pratica tracciata dal… Fondatore, Mons. Marcel Lefebvre.
Camminando sui di lui
passi nella battaglia per la difesa della fede cattolica, la Fraternità fa sue
le critiche verso il Concilio Vaticano II e le sue riforme così come egli le ha espresse nelle sue conferenze e nelle sue omelie,
in particolare nella dichiarazione del 21 novembre 1974: “Noi
aderiamo con tutto il cuore, con tutta la nostra anima alla Roma cattolica,
custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie alla conservazione
di questa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità. Noi invece
rifiutiamo e abbiamo sempre rifiutato di seguire la Roma di tendenza
neo-modernista e neo-protestante che si è chiaramente manifestata nel Concilio
Vaticano II e dopo il Concilio in tutte le riforme che ne sono derivate”».
Ciononostante il papa Benedetto
XVI ha approvato il decreto dell’8 settembre 2006 (Prot.
n. 118/2006) della Pontificia Commissione «Ecclesia Dei» con cui si erige nella diocesi di Bordeaux
l’Istituto del Buon Pastore come Società di vita apostolica di diritto
pontificio (cioè sottratta a qualsiasi autorità e soggetta solo e direttamente
al papa) che accoglie quanti si sono staccati dal movimento di Lefebvre per rientrare nella Chiesa cattolica. A costoro è
«conferito il diritto di celebrare la liturgia sacra utilizzando propriamente
come loro proprio rito i libri liturgici in vigore nel 1962, e cioè il Messale Romano, il Rituale Romano, e il Pontificale
Romano per il conferimento degli Ordini, nonché il diritto di recitare l’Ufficio
Divino secondo il Breviario Romano edito nella stesso anno». L’uso del
Messale di Pio V è stato concesso a questo Istituto
come «diritto» senza alcuna previa dichiarazione di accettazione del magistero
del concilio, convalidando così non solo lo scisma, ma diventandone in qualche
modo corresponsabile e diffusore
all’interno della Chiesa. Si dice che il prossimo indulto sarà
concesso «a tutta la Chiesa» a discrezione di chi lo richiede come evidente
scappatoia per non chiedere ai lefebvriani la
professione di fedeltà al concilio Vaticano II che essi si rifiutano di fare. Lo scisma è
istituzionalizzato.
Il papa ha imposto l’Istituto Buon Pastore alla diocesi di
Bordeaux anche contro il parere del Vescovo e dei vescovi francesi che nella
loro Assemblea plenaria (Lourdes 4-9 novenbre 2006)
all’unanimità hanno dichiarato
la loro fedeltà indiscussa al concilio. Oggi in Francia per questa sciagurata
scelta, si profila uno scisma ancora maggiore dei figli migliori che cominciano
ad abbandonare la Chiesa. A questo Istituto che vuole
abrogare il Concilio Vaticano II il papa dà anche la finalità di
interpretazione corretta del concilio stesso: sarebbe come dare un agnello al
lupo perché lo custodisca.
Conferire il diritto esclusivo all’uso dell’ecclesiologia
tridentina e negare la validità del concilio Vaticano II e la nuova ecclesiologia è la stessa cosa,
tanto più che coloro che l’hanno ricevuto (Istituto Buon Pastore) o lo riceveranno
(lefebvriani e tutti i gruppi fondamentalisti
che attendono l’indulto come rivincita e riscossa), dichiarano ufficialmente
che compito della loro
missione è l’abrogazione del Vaticano II come concilio ecumenico normativo
per tutta la Chiesa e la sconfessione dei papi Giovanni XXIII e Paolo VI che
essi considerano, di fatto, apostati e ispirati da satana.
Dopo questo «vulnus» nella dottrina e nella prassi, ognuno nella
Chiesa sarà autorizzato di fatto a farsi la liturgia su misura e a scegliersi
il rito che più piace, instaurando così la piena anarchia anche sul piano della
fede. Già assistiamo ad uno scisma profondo nella Chiesa: la gerarchia della
Chiesa cattolica si è di fatto separata dal suo
popolo, il quale cammina per conto suo senza più tenere in conto un magistero
che serve se stesso e non il bene comune della Chiesa nella legittima autonomia
in ogni cultura e latitudine. Il convegno della chiesa italiana di Verona ne è un esempio.
Se il papa può accettare la sconfessione di un
concilio e di due suoi predecessori su una materia di fede normativa come la
liturgia perché non può accettare la sconfessione dei suoi predecessori su
materie di semplice valenza canonica come il celibato facoltativo, il
riconoscimento del sacerdozio coniugato e il sacerdozio alle donne? Perché su
chi propone queste realtà ben più estese e sofferte nella Chiesa, cade
immediatamente la mannaia della condanna, senza nemmeno un tentativo di ascolto?
«E’ sensazione diffusa che, dopo la stagione profetica del primo postconcilio, la comunità ecclesiale italiana stia
attraversando una fase di normalizzazione» (B. Sorge, S.I., «Tra profezia e normalizzazione – La
Chiesa italiana da Roma
1976 a Verona 2006», in Aggiornamenti Sociali, 2[2006] 115-126). L’istituzione prevale sulla
profezia, la struttura sul carisma e la legge sullo spirito. Dietro al
ripristino del messale di Pio V si cela e nemmeno tanto, il progetto di un ritorno alla «Chiesa-cristianità»
di stampo medievale. Proliferano infatti, gruppi le
cui organizzazioni sono strutturate in modo autoritario e manu
militari: «milites et legiones» da inviare contro «il mondo» per affermare «il
Regno di Cristo» in terra, possibilmente con governi cattolici che fungano da
braccio secolare nella difesa degli interessi di reciproca utilità.
Questi gruppi e sètte, finanziati a livello internazionale da uomini, agenzie e
interessi di estrema destra, oggi hanno il consenso e
il riconoscimento formale dell’autorità religiosa che così abdica
al suo dovere di discernimento in forza del mandato apostolico. Rincorrere i
fantasmi di una «cristianità» di stampo medievale significa rallentare il
cammino della storia e vanificare la funzione della Chiesa che se non cammina con i tempi, non arriverà
mai in tempo «a recapitare la lettera che le è stata
affidata…da quasi venti secoli» (Paolo VI, «Discorso all’Assemblea della Nazioni Unite» del 4 ottobre 1965).
Consapevoli di rispondere ad un imperativo della nostra coscienza, chiediamo al papa
di adempiere al suo mandato di rafforzare il popolo di Dio nella fede, facendo
un pubblico ed espresso atto di ossequio nel concilio ecumenico Vaticano II, di
cui ci gloriamo di essere figli e custodi e di esigere da quanti presumono di
essere cristiani «cattolici» il rispetto delle riforme liturgiche secondo il
messale riformato di Paolo VI per ordine dello stesso concilio.
Preghiamo il papa di desistere dal concedere l’indulto in deroga
al concilio: non
vorremmo che fra qualche tempo dovesse smentirsi per la terza volta (1a volta;
discorso di Ratisbona, 2a volta discorso alla
conferenza episcopale svizzera in visita ad limina).
Vogliamo impegnarci e lavorare per la convocazione di un nuovo concilio che abbia nella sua agenda i grandi temi del terzo millennio: la
sopravvivenza della terra; la povertà di tre quarti dell’umanità;
l’acqua sorgente di vita per tutti i popoli, lo sviluppo compatibile; la guerra
bandita; il ritorno al «principio» della Parola; la struttura della Chiesa popolo di Dio; il contenuto
e lo stile dell’autorità come servizio; i criteri di scelta dei
vescovi; la teologia come comunione di teologie, i laici e le laiche soggetti
attivi della Chiesa; l’autonomia e la libertà delle comunità in materia organizzativa e
cultuale; la liturgia «cattolica» come unità nella varietà delle lingue, della
sapienza e del genio di ogni popolo; i titoli e le onorificenze incompatibili
con la fede; quali ministeri per quale Chiesa; il sacerdozio coniugato e il
celibato; la Chiesa è donna; gli ordinariati militari; il rapporto con «i regni
di questo mondo» (concordati?); la formazione permanente.
Di fronte a queste sfide che aprono il terzo millennio e che attendono la
Chiesa come testimone del Lògos incarnato nella
storia (Gv 1,14), volere ritornare al passato
ripristinando formule e riti di altri tempi e fuori
tempo, è sintomo di paura, peccato di superbia e sfiducia nello Spirito Santo
che oggi, secondo questi «profeti di sventura» non saprebbe parlare più come
invece ha fatto nel passato, nonostante Cristo sia «lo stesso ieri e oggi e nei
secoli» (Eb 18,3). Oggi più che mai vale il grido di
Cristo agli apostoli spaventati, fatto proprio dal papa Giovanni Paolo II nel
giorno d’inizio del suo pontificato: «Non abbiate paura!» (Mc
6,50). Noi non abbiamo paura.
I papi, i cardinali, le messe e i riti passano, la Chiesa resta come popolo di
Dio per camminare con i tempi per arrivare in tempo.
Paolo Farinella,
prete - Genova