La lettera di M.A. Rivelli su Stepinac che l'"Avvenire" non ha pubblicato dopo averla sollecitata

 

I lettori del nostro sito Internet conoscono da tempo la polemica nata dopo la pubblicazione in Italia del volume "L'Arcivescovo del genocidio" di Marco Aurelio Rivelli . In questa rubrica abbiamo dato ampia notizia di essa con una nostra intervista all'autore del volume (vedi sotto). La lobby cattolico-croata, forte negli ambienti pi conformisti e conservatori del cattolicesimo italiano, non ha mancato di crearsi le occasioni per attaccare il libro senza mai entrare nel merito di quanto vi documentato. "Rosso Malpelo" (pseudonimo di Gianni Gennari, giornalista romano che collabora anche con la RAI) il 28 aprile sull'"Avvenire" ha esplicitamente sfidato Rivelli (autore di un "libraccio") a rispondere alle accuse approfittando dell'occasione per dire tutto il bene possibile di Stepinac. La lettera di Rivelli,che volentieri rendiamo pubblica, rimasta inedita. La sfida,piuttosto arrogante, di Rosso Malpelo si arenata di fronte alle ragioni di Curia senza alcuna preoccupazione di violare in tal modo elementari principi di deontologia professionale di cui bisogna chiedere conto anzittutto al Direttore del quotidiano della C.E.I. Dino Boffo. (V.B .)

 

 

Lo scorso 28 aprile Rosso Malpelo ha motivato al lettore Mario Simonetti perché nella sua rubrica "Lupus in pagina" sull'<Avvenire> del 22 aprile aveva definito "libraccio" il mio "L'arcivescovo del genocidio. Mons. Stepinac, il Vaticano, e la dittatura ustascia in Croazia, 1941-1945" (Kaos edizioni). Nello stesso contesto, l'anonimo commentatore del suo giornale mi invitava a una replica argomentata: mi accingo cosi a questo puro esercizio di stile, ben sapendo che non pubblicherete affatto le mie considerazioni in materia.

Rosso Malpelo, così come Giampaolo Mattei (autore del Quaderno dell'Osservatore Romano "Il cardinale Alojzije Stepinac"), traccia un'apologia di Alojzije Stepinac a partire dal processo che questi subì nell'ottobre 1946 nella nuova Repubblica jugoslava guidata da Tito, ma tace completamente del periodo 1941-1945, oggetto del mio studio. In quel periodo avvennero, in estrema sintesi, i seguenti fatti:
Il 6 aprile 1941 il Regno di Jugoslavia guidato da re Pietro venne invaso dalle truppe nazifasciste, e l'aggressione militare consentì l'instaurazione dello Stato indipendente croato, cioè della dittatura di Ante Pavelic, di forte impronta cattolica e sostenuto apertamente da tutte le strutture del cattolicesimo croato (episcopato, clero, ordini religiosi, francescani in particolare). Il regime di Pavelic procedette subito all'instaurazione di "leggi razziali" contro i serbo-ortodossi, gli ebrei e i rom di Croazia, preludio allo sterminio di massa di tutte le componenti non cattoliche (con l'eccezione della comunità musulmana) e non di "pura razza croata". Le modalità del genocidio furono uniche nelle pur terribili vicende della seconda guerra mondiale: lo sterminio non fu occulto (come accadde invece nei lager nazisti), ma palese, noto quindi a tutta la popolazione, compiuto con modalità raccapriccianti, e dagli effetti devastanti: entro il 1945 si contò un milione di serbi assassinati (e con essi 6 vescovi e oltre 300 religiosi cristiano-ortodossi) su una popolazione di due milioni e quattrocentomila presenti in Croazia, mentre gli ebrei trucidati furono 50.000 (e con essi 47 rabbini), metà dell'intera comunità israelita, e i rom (circa 30.000). Quello attuato dalla dittatura di Pavelic fu un genocidio dalle esclusive connotazioni religiose, e i più colpiti furono gli "scismatici" serbo-ortodossi, sottoposti anche alla pratica delle "conversioni" forzate: a chi ripudiava la propria fede e aderiva alla religione cattolica veniva risparmiato il massacro, ed entro il 1945 si "convertirono" 250.000 serbo-ortodossi. Mons. Alojzije Stepinac fu il primo responsabile dell'appoggio fornito al regime dalla Chiesa cattolica croata. Il 10 aprile 1941 accolse con benevolenza la dittatura, ordinando ai sacerdoti che in tutte le chiese venisse cantato il Te Deum; subito dopo diffuse una <Lettera pastorale> con la quale esortava i fedeli ad appoggiare il nuovo Stato "perché rappresenta la Chiesa cattolica", nonché la realizzazione di un progetto nel quale era "facile ravvisa re la mano di Dio". In seguito, a genocidio in corso, l'identificazione della Chiesa cattolica croata con la dittatura di Pavelic divenne perfino più esplicita: nella sua veste di Primate di Croazia, Alojzije Stepinac presenziò a tutte le principali cerimonie del regime, occupò personalmente un seggio nel Parlamento-fantoccio istituito a Zagabria (insieme ad altri dieci religiosi cattolici), accettò un'alta onorificenza ustascia, permise che tutta la stampa cattolica croata esaltasse il regime, lasciò che i 150 cappellani militari alle sue dipendenze restassero muti di fronte agli eccidi compiuti dalle milizie ustascia. Una responsabilità gravissima, quella di monsignor Stepinac, poiché se il Primate di Croazia avesse denunciato il genocidio, il cattolicissimo Ante Pavelic avrebbe perso il suo principale punto di riferimento: la "guerra santa" contro gli "scismatici" serbo-ortodossi e gli ebrei. Quanto alle "dissociazioni" di Stepinac dai massacri, esse si limitarono a qualche isolato intervento: non se ne trova traccia alcuna nella stampa cattolica dell'epoca, e non divennero, come avrebbero dovuto, direttiva, mobilitazione delle coscienze, denuncia. Del resto, come Stepinac, tacque anche il Vaticano, pur essendo perfettamente a conoscenza di quanto avveniva nello Stato indipendente croato, mentre una aperta sconfessione di Pavelic da parte della Chiesa di Roma sarebbe stata decisiva per fermare il genocidio croato.

Questi i principali fatti del periodo 1941-45. Quanto al processo a monsignor Stepinac, di quei fatti esso fu una conseguenza, e non può essere considerato prescindendo dai quattro anni di orrore che lo precedettero. Nel 1946 Alojzije Stepinac non venne processato per genocidio, bensi per collaborazionismo con gli invasori nazi-fascisti e con la dittatura ustascia, e il fatto che egli rigettò con forza le accuse mossegli può certo testimoniare della sua convinzione di essere stato nel giusto, ma anche della sua totale assenza di pentimento. Del resto, come ho ampiamente documentato, lo stretto rapporto tra ex-ustascia e Chiesa Cattolica continuò ancora per molto dopo la fine della guerra.

Nel corso della mia ricerca ho consultato una enorme massa di documenti sul genocidio avvenuto nello Stato indipendente croato, e tramite il mio lavoro, questa documentazione è oggi a disposizione del pubblico: certo, possono essere confutate le mie conclusioni, ma continuo a rilevare che nessuno si cimenta sul nudo terreno dei fatti, degli eventi storici di quei terribili anni . Ognuno ha la possibilità di giudicare secondo coscienza . Di giudicare anche l'atteggiamento vaticano che per quattro decenni ha fortemente contribuito all'occultamento dei fatti e che oggi tenta di obliterarli attraverso la beatificazione di Alojsije Stepinac.

Marco Aurelio Rivelli

Milano 5 Maggio 1999




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